Il software italiano che arma il Golfo Persico: Leonardo conquista il Kuwait con 320 milioni di tecnologia navale.
Questo contratto non è solo una commessa militare, ma la dimostrazione che il Tech Made in Italy compete ai vertici dell’industria globale della difesa
C’è un modo per capire quanto vale davvero la tecnologia italiana nel mondo. Non guardare alle classifiche, non contare le startup, non misurare il PIL del settore tech.
Guardare chi compra quella tecnologia, dove e perché.
Il 20 maggio 2026, Leonardo ha firmato un contratto da 320 milioni di euro con Abu Dhabi Ship Building, divisione navale del colosso emiratino Edge Group, per equipaggiare con sistemi di combattimento avanzati le nuove navi della Marina Militare del Kuwait.
Non è un episodio isolato, ma piuttosto può essere considerato come il tassello più recente di una strategia industriale che posiziona l’Italia come uno dei principali fornitori globali di tecnologia per la difesa navale.
E dietro ogni nave equipaggiata c’è software, sensoristica e intelligenza tecnologica Made in Italy.
Il contratto: cosa compra il Kuwait e perché sceglie l’Italia
Il programma si chiama Al Dorra e prevede la costruzione di otto nuovi pattugliatori lanciamissili nella configurazione Falaj 3, commissionati dalla Marina del Kuwait ad Abu Dhabi Ship Building per un valore complessivo che sfiora i 2,5 miliardi di dollari.
Leonardo fornisce il cuore tecnologico di queste navi, ovvero il pacchetto di sistemi che trasforma una piattaforma navale in una macchina da combattimento integrata e operativa.
Nel dettaglio, la fornitura comprende il Combat Management System, il sistema nervoso centrale che coordina tutte le funzioni di combattimento della nave, il cannone SUPER RAPIDO da 76 mm con munizionamento guidato STRALES, e il radar di sorveglianza KRONOS NAVAL HP.
Non si tratta di componenti standard acquistati sul mercato. Sono tecnologie proprietarie sviluppate in Italia, già operative su piattaforme navali di oltre cento marine militari nel mondo. La scelta del Kuwait non è casuale né scontata. David Massey, responsabile di Abu Dhabi Ship Building, ha spiegato la logica con chiarezza: lavorare con lo stesso fornitore già collaudato significa installare sistemi complessi con meno errori, meno tempo e più affidabilità operativa.
È la fiducia che si costruisce in vent’anni di collaborazione continuativa, e che non si compra con un’offerta più bassa.
Leonardo e il Golfo: venti anni di relazioni che valgono miliardi
Il contratto con il Kuwait non nasce dal nulla.
Leonardo e Abu Dhabi Ship Building infatti lavorano insieme da oltre vent’anni: questa partnership ha già portato alla consegna di più di 25 unità navali nel corso degli anni.
Il rapporto con il Kuwait ha radici che vanno ben oltre la commessa navale attuale.
Un decennio fa il Paese aveva già scelto la tecnologia aeronautica italiana per modernizzare la propria forza aerea, ordinando una flotta di caccia avanzati prodotti in Italia da Leonardo, la maggior parte dei quali è oggi pienamente operativa nelle basi militari kuwaitiane.
A quella fornitura si è aggiunto nel tempo un programma strutturato di supporto logistico e addestramento locale, gestito direttamente da personale e strutture Leonardo sul territorio del Kuwait, e destinato a proseguire per diversi anni ancora.
Non sono forniture, ma piuttosto sono relazioni industriali strutturali che creano dipendenza tecnologica di lungo periodo, e che soprattutto garantiscono continuità di business per anni.
È esattamente il tipo di posizionamento che le grandi aziende tecnologiche di difesa cercano: non vendere un prodotto una volta, ma diventare il partner indispensabile da cui un Paese non può prescindere per mantenere operative le proprie forze armate.
La joint venture con Edge: il passo strategico che va oltre il contratto
C’è una dimensione di questa storia che va ben oltre i 320 milioni del contratto per il Kuwait.
Parallelamente alla commessa, Leonardo e il gruppo emiratino Edge Group stanno definendo i dettagli di una joint venture destinata a diventare operativa nel 2026, con una struttura societaria che prevede il 51% nelle mani emiratine e il 49% in quelle italiane.
L’obiettivo della nuova società va ben oltre la gestione dei contratti esistenti.
Le attività spazieranno dalla progettazione alla produzione locale negli Emirati Arabi Uniti, con trasferimento di licenze di proprietà intellettuale e formazione di ingegneri specializzati in loco.
In pratica, Leonardo non si limita a esportare prodotti finiti. Esporta know-how, competenze e capacità produttiva, costruendo al contempo un presidio industriale permanente nel mercato del Golfo.
Questo è il modello più ambizioso e più redditizio nell’industria della difesa globale: non essere un fornitore esterno, ma diventare parte dell’infrastruttura industriale del Paese cliente.
I numeri di Leonardo nel 2026: un gruppo in forte accelerazione
Il contratto con il Kuwait arriva in una fase di straordinaria crescita per Leonardo. I dati del primo trimestre 2026 fotografano un gruppo che sta capitalizzando il ciclo globale di riarmo con risultati finanziari che non si vedevano da anni.
Gli ordini hanno raggiunto 9 miliardi di euro nel solo primo trimestre, con una crescita del +31% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi si sono attestati a 4,4 miliardi di euro, con un utile netto adjusted cresciuto del 60%.
Le spese in Ricerca e Sviluppo hanno raggiunto nel 2025 il 15% dei ricavi, in aumento del 20% rispetto all’anno precedente: questo è un indubbio segnale che il gruppo sta investendo con determinazione nella tecnologia che alimenterà i contratti del futuro.
La commessa kuwaitiana si inserisce in questo contesto come conferma di una traiettoria, non come evento eccezionale. Secondo le analisi di Equita, il contratto vale circa l’1% del portafoglio ordini atteso a fine 2026:questa è una cifra che rafforza la visibilità dei ricavi futuri del gruppo.
Cosa c’è dentro le navi: la tecnologia italiana che pochi conoscono
Il pubblico generalista conosce Leonardo per i jet militari e gli elicotteri.
Ma dentro le navi da guerra del Kuwait ci sono tecnologie italiane che raramente finiscono sui giornali, eppure determinano l’efficacia operativa dell’intera piattaforma navale.
Il Combat Management System è il cervello digitale della nave: riceve dati da tutti i sensori a bordo, li elabora in tempo reale e fornisce all’equipaggio una situazione tattica integrata da cui prendere decisioni operative.
Il radar KRONOS NAVAL HP è un sistema di sorveglianza a lungo raggio capace di tracciare simultaneamente decine di bersagli in aria e in mare, distinguendo minacce reali da segnali innocui in un ambiente operativo sempre più complesso.
Il cannone SUPER RAPIDO da 76 mm con munizionamento guidato STRALES è uno dei sistemi d’arma navali più diffusi al mondo, capace di ingaggiare bersagli aerei, di superficie e costieri con una precisione che ha reso il calibro da 76 mm il riferimento globale per la difesa ravvicinata delle navi militari.
Tre tecnologie diverse. Un filo comune: ingegneria italiana che opera ai massimi livelli dell’industria della difesa mondiale.
Il segnale strategico: l’Italia come potenza tecnologica nella difesa globale
C’è una lettura di questa notizia che va oltre la dimensione commerciale e che riguarda direttamente il posizionamento dell’Italia nel mondo.
Il mercato globale della difesa è uno degli spazi competitivi più difficili in cui operare: dominato dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che mantengono posizioni consolidate e una Turchia in rapida ascesa nel segmento dei droni e dei sistemi accessibili.
In questo contesto, l’Italia con Leonardo ha trovato una nicchia ad altissimo valore aggiunto: i sistemi di integrazione, la sensoristica avanzata, la gestione del combattimento.
Non la piattaforma grezza, ma il software e l’elettronica che la rendono operativa e letale.
È un posizionamento intelligente, perché i sistemi di integrazione sono quelli con i margini più alti, con i cicli di vita più lunghi e con la maggiore capacità di creare dipendenza tecnologica nei clienti.
Come ha sottolineato il Ministro Urso durante l’edizione milanese di Investopia 2026: “In un anno difficile per il commercio globale, le esportazioni italiane verso gli Emirati sono cresciute del 27%, confermando la centralità di questo rapporto e le prospettive di una partnership sempre più industriale e tecnologica.”
Non è un caso. È il risultato di decenni di investimento in tecnologia, competenze e relazioni internazionali. E il Kuwait, con i suoi 320 milioni, ne è la conferma più recente.