“Scienza e Tecnologia sono il nuovo Made in Italy”: la frase che racconta un Paese che sta cambiando
Ci sono dichiarazioni che durano il tempo di un titolo.
E poi ci sono frasi che, pur pronunciate all’interno di un contesto specifico, finiscono per raccontare qualcosa di molto più grande.
Quando il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, commentando il contributo italiano alla nuova corsa verso la Luna ha dichiarato che “Scienza e Tecnologia sono il nuovo Made in Italy”, probabilmente stava parlando di spazio, ricerca e innovazione.
Ma in realtà stava fotografando una trasformazione che attraversa l’intero Paese.
Per decenni il concetto di Made in Italy è stato associato quasi esclusivamente a ciò che l’Italia produceva nel mondo della moda, del design, dell’agroalimentare, della meccanica e del lusso. Settori che hanno costruito la reputazione internazionale del Paese e che continuano a rappresentarne una parte fondamentale.
Oggi, però, accanto a queste eccellenze sta emergendo un’altra Italia.
Un’Italia che sviluppa software, costruisce piattaforme digitali, progetta intelligenza artificiale, realizza tecnologie per lo spazio, la cybersecurity, la salute, la finanza e l’industria.
Un’Italia che esiste da anni, ma che soltanto recentemente ha iniziato a essere riconosciuta come parte integrante della nostra identità economica e produttiva.
Dallo spazio al tech: una nuova definizione di eccellenza
Le parole del Ministro arrivano in un momento simbolico.
L’Italia continua infatti a essere protagonista nei grandi programmi spaziali internazionali, grazie al contributo di università, centri di ricerca, aziende e astronauti come Luca Parmitano. Un patrimonio di competenze che dimostra come il Paese sia capace di contribuire alle tecnologie più avanzate del pianeta.
Ma il significato della dichiarazione va ben oltre il settore aerospaziale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita di una nuova generazione di imprese tecnologiche che stanno contribuendo a ridefinire il concetto stesso di eccellenza italiana. Aziende come Bending Spoons, Namirial, WeRoad, Lexroom e molte altre stanno dimostrando che il valore prodotto in Italia non si misura più soltanto in beni fisici, ma sempre più spesso in software, proprietà intellettuale, algoritmi e piattaforme digitali.
È un cambiamento profondo.
Perché mentre il Made in Italy tradizionale esportava prodotti, il nuovo Made in Italy esporta anche tecnologia.
Una narrativa che sta finalmente cambiando
Quando nel 2023 nacque il progetto La Tech Made in Italy, parlare di tecnologia italiana come elemento identitario del Paese sembrava ancora una posizione controcorrente.
L’Italia veniva raccontata come una nazione creativa, manifatturiera e industriale, ma raramente come una nazione tecnologica.
Eppure la realtà era già diversa.
Migliaia di software house, startup, scaleup e aziende innovative operavano ogni giorno in settori altamente competitivi, spesso lontano dai riflettori mediatici. Mancava però una narrativa condivisa. Mancava la consapevolezza collettiva che la tecnologia fosse già diventata una componente rilevante dell’economia italiana.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato.
Le startup hanno iniziato a raccogliere capitali significativi. Le scaleup hanno accelerato la propria crescita internazionale. Sono arrivati gli unicorni, i grandi round e le acquisizioni strategiche. Ma soprattutto è cambiato il linguaggio con cui il Paese racconta sé stesso.
La frase pronunciata da Urso rappresenta probabilmente uno dei segnali più evidenti di questa evoluzione.
Perché quando la tecnologia entra nella definizione stessa di Made in Italy significa che non viene più considerata un settore separato.
Diventa parte dell’identità nazionale.
“Per anni abbiamo raccontato al mondo ciò che l’Italia sapeva produrre. Oggi dobbiamo iniziare a raccontare anche ciò che l’Italia sa inventare, sviluppare e innovare. Perché il Tech Made in Italy non è il futuro del Paese. È già il suo presente”
Il valore economico della conoscenza
La trasformazione in corso non riguarda soltanto startup e innovazione. Riguarda il modello economico del Paese.
Le economie più competitive del mondo stanno costruendo il proprio vantaggio attraverso ricerca, proprietà intellettuale, software, dati e competenze avanzate. In questo contesto, il valore non nasce esclusivamente dalla produzione, ma sempre più dalla capacità di generare conoscenza.
È una dinamica che l’Italia conosce bene.
Le nostre università, i centri di ricerca, le imprese innovative e i talenti che operano nei mercati globali stanno contribuendo a creare una nuova generazione di valore economico. Un valore spesso invisibile agli occhi del grande pubblico, ma sempre più rilevante per la competitività futura del Paese.
La tecnologia, in questo senso, non sostituisce il Made in Italy tradizionale. Lo amplia. Lo evolve. Lo proietta in una dimensione nuova.
Una sfida culturale prima ancora che industriale
La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto produrre più tecnologia.
Sarà imparare a riconoscerla.
Perché ogni ecosistema innovativo nasce prima nella cultura che nell’economia. Nasce quando un Paese inizia a percepire sé stesso in modo diverso, quando smette di considerare l’innovazione come qualcosa che accade altrove e inizia a vederla come parte della propria identità.
Da questo punto di vista, la frase del Ministro assume un significato particolare.
Non rappresenta un punto di arrivo.
Rappresenta l’inizio di una nuova consapevolezza.
Una consapevolezza che molti imprenditori, founder, ricercatori e innovatori italiani stanno costruendo da anni e che oggi trova finalmente spazio anche nel dibattito istituzionale.