Il Rhine Group di Draghi: l’Europa prova a trasformare la competitività in azione. E il Tech Made in Italy è già dentro la partita
L’Europa ha talento, ricerca, industria e capitali. Quello che continua a mancare è la capacità di trasformare questi asset in crescita, innovazione e grandi aziende tecnologiche capaci di competere con Stati Uniti e Cina.
È da questa convinzione, già al centro del rapporto The Future of European Competitiveness, che Mario Draghi riparte con una nuova iniziativa: il Rhine Group, organizzazione indipendente nata insieme a Patrick Collison, co-founder e CEO di Stripe
, e guidata operativamente dall’economista Luis Garicano. L’obiettivo dichiarato è riunire imprenditori, economisti, accademici e protagonisti delle istituzioni per lavorare concretamente sui grandi ostacoli che frenano la competitività europea.
Per l’Italia, però, c’è un elemento particolarmente interessante: tra le persone chiamate a contribuire a questa riflessione ci sono anche alcuni protagonisti del Tech Made in Italy.
Dal rapporto Draghi all’azione
Il punto di partenza è noto. Nel rapporto presentato nel 2024, Draghi aveva descritto un’Europa che rischia di perdere progressivamente terreno rispetto alle altre grandi economie mondiali, soprattutto nei settori tecnologici più strategici.
Il problema europeo non è soltanto la quantità di innovazione prodotta. È la difficoltà nel trasformarla in aziende capaci di raggiungere rapidamente dimensioni globali.
Frammentazione del mercato, accesso ai capitali, costi energetici, burocrazia, investimenti insufficienti e difficoltà delle startup nel passaggio verso la fase di scaleup continuano a rappresentare alcuni dei principali ostacoli.
Il Rhine Group nasce proprio con l’ambizione di lavorare su questi nodi, portando nello stesso luogo policy, economia e impresa.
Il Tech Made in Italy entra nella discussione europea
È la composizione del gruppo a rendere la notizia particolarmente interessante per il nostro ecosistema.
Accanto a figure internazionali dell’imprenditoria, della finanza e dell’economia compaiono infatti anche Andrea Pignataro, founder e CEO di ION Group
, e Luca Ferrari, co-founder e CEO di Bending Spoons
, insieme ad altri italiani come Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin, Francesco Decarolis e Vittorio Colao.
Ed è un segnale da non sottovalutare.
Perché significa che quando si discute di come rendere l’Europa più competitiva tecnologicamente, l’Italia non è rappresentata soltanto dalle sue istituzioni o dai suoi economisti, ma anche da imprenditori che stanno costruendo aziende tecnologiche capaci di competere a livello internazionale.
È esattamente il cambio di percezione che il nostro ecosistema deve perseguire.
“Questa notizia mi piace soprattutto per un motivo: per troppo tempo abbiamo raccontato l’Italia come un Paese che doveva inseguire l’innovazione prodotta altrove. Vedere Mario Draghi lavorare sul futuro della competitività europea insieme a imprenditori tecnologici e trovare tra questi anche protagonisti come Andrea Pignataro e Luca Ferrari racconta invece un’Italia che può sedersi al tavolo e contribuire alla costruzione della nuova Europa tecnologica. Abbiamo talento, ricerca, industria e aziende capaci di competere. Quello che dobbiamo creare sono le condizioni perché possano crescere, trovare capitali, attrarre talenti e diventare globali partendo dall’Italia. Perché il prossimo grande Made in Europe potrebbe avere dentro molto più Tech Made in Italy di quanto immaginiamo.”
Max Brigida – Founder La Tech Made in Italy e Italian Tech Landscape®
L’Europa ha bisogno di aziende capaci di diventare globali
La sfida posta da Draghi riguarda direttamente anche il Tech Made in Italy.
L’Italia non manca di innovazione. Abbiamo università, ricerca, competenze ingegneristiche, software house, startup, PMI tecnologiche e alcune aziende che stanno dimostrando di poter giocare una partita internazionale.
Il problema arriva spesso dopo.
Come trasformiamo una buona azienda tecnologica italiana in un campione europeo? E come trasformiamo un campione europeo in un player globale?
Qui entrano in gioco capitale, mercato unico, capacità di attrarre e trattenere talenti, semplificazione normativa e possibilità di crescere rapidamente attraversando i confini nazionali.
La stessa agenda europea sulla competitività sta cercando di intervenire proprio su questi aspetti, dalla maggiore integrazione dei mercati dei capitali alla riduzione delle barriere che ancora frammentano il mercato unico.
Non soltanto Made in Italy. Tech Made in Italy.
Per decenni abbiamo costruito nel mondo un’identità italiana fortissima attorno alla manifattura, al design, alla moda, al food e all’automotive.
Ora abbiamo davanti un’altra opportunità.
Portare dentro quella stessa reputazione internazionale anche software, AI, robotica, cybersecurity, deep tech, semiconduttori, supercomputing e tecnologie digitali.
La presenza di imprenditori tecnologici italiani nel Rhine Group non significa naturalmente che questo processo sia già compiuto.
Ma è un altro piccolo segnale di qualcosa che stiamo raccontando da tempo: il Tech Made in Italy sta iniziando a conquistare uno spazio diverso nel panorama europeo.
E questa volta non dobbiamo limitarci a osservare cosa farà l’Europa.
Possiamo contribuire a costruirla.