E se La Tech Made in Italy avesse 20 Unicorni fra 1-3 anni?

Indice contenuti

E se queste nuove Tech Made in Italy diventano unicorni…

Quando abbiamo iniziato a lavorare all’Italian Tech Landscape® 2026, uno dei dati che più mi interessava non era tanto sapere quante aziende tecnologiche italiane avessero già superato la valutazione di un miliardo, quanto capire quante potessero essere nelle condizioni di farlo nei prossimi anni. È una differenza apparentemente sottile, ma importante: fotografare un ecosistema significa raccontare ciò che è già accaduto; analizzarlo significa provare a capire ciò che sta maturando sotto la superficie.

La fotografia scattata dal report mostrava 9 Unicorn italiani. Un numero ancora distante dai principali ecosistemi tecnologici europei: 30 in Francia, 39 in Germania e 67 nel Regno Unito. Ma accanto a quei nove abbiamo individuato anche una fascia di aziende che, sulla base di crescita, ricavi, settore e valutazione, presentavano caratteristiche interessanti per diventare la generazione successiva. Le abbiamo definite Soon-Unicorn.

Non era una previsione su ciascuna azienda e tantomeno una garanzia. Era piuttosto l’indicazione che, sotto i nove nomi già arrivati al miliardo, esisteva un secondo livello dell’ecosistema che meritava attenzione.

A distanza di pochi mesi, uno di quei nomi ha già cambiato categoria. Exein, che avevamo inserito tra i Soon-Unicorn, ha raccolto 270 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 1,7 miliardi.

È un singolo caso e sarebbe metodologicamente sbagliato trasformarlo nella dimostrazione di una tendenza. Ma è sufficiente per tornare alla fotografia di marzo e porsi una domanda che allora poteva sembrare molto più teorica: e se nei prossimi 1-3 anni gli unicorni italiani non fossero più nove, ma venti?

Il numero 20 conta meno di quanto sembri

Gli unicorni hanno avuto un enorme successo mediatico perché permettono di misurare con un numero qualcosa di molto più complesso. Un miliardo di dollari è una soglia semplice da comprendere, facile da confrontare e altrettanto facile da comunicare. Ma utilizzare il numero degli unicorni come unico indicatore della qualità di un ecosistema sarebbe un errore.

Una valutazione privata non equivale automaticamente alla creazione di valore industriale. Non ci dice da sola quanto un’azienda fatturi, quanto sia profittevole, quanta tecnologia proprietaria abbia sviluppato o quale capacità abbia di mantenere nel tempo la propria posizione competitiva.

Per questo, quando nell’Italian Tech Landscape® abbiamo affrontato il tema, la questione non era semplicemente aumentare il numero di aziende sopra il miliardo. Il report indica infatti 15-18 Unicorn come obiettivo realistico per ridurre lo scale gap dell’Italia rispetto ai principali ecosistemi europei, ma associa quel risultato ad altre condizioni: oltre 3 miliardi di euro annui di Venture Capital, una maggiore disponibilità di growth equity, una posizione più forte nelle infrastrutture AI e una capacità decisamente superiore di portare il software italiano sui mercati internazionali.

Letti in questo modo, i 15-18 unicorni non sono l’obiettivo. Sono una possibile conseguenza.

Ed è proprio da qui che nasce la provocazione dei 20.

Il vero indicatore da osservare è ciò che sta crescendo sotto

Per capire se uno scenario del genere possa avere qualche fondamento, bisogna allontanarsi per un momento dagli unicorni e osservare la struttura che li dovrebbe generare.

L’Italian Tech Landscape® censisce 1.652 soluzioni tecnologiche appartenenti a 669 aziende, distribuite in 30 categorie e 389 città, con oltre 70.000 addetti. Ancora più interessante è l’evoluzione della mappatura: le Tech rappresentate sono passate dalle 245 della prima edizione del 2024 alle 1.020 del 2026.

Naturalmente questo aumento riflette anche l’ampliamento della ricerca e della capacità di mappatura. Non sarebbe corretto interpretarlo come se il numero delle aziende tecnologiche italiane fosse quadruplicato in due anni. Ma il dato rende visibile qualcosa che spesso sfugge nel racconto dell’innovazione italiana: la base è molto più profonda di quanto la rappresentazione pubblica del nostro Paese lasci immaginare.

Ed è dalla profondità della base che nascono le aziende di scala.

Un ecosistema con poche decine di imprese innovative può produrre qualche eccellenza. Un ecosistema con centinaia di aziende, migliaia di soluzioni, decine di migliaia di professionisti e competenze distribuite tra AI, cybersecurity, enterprise software, fintech, robotica e Deep Tech aumenta invece la probabilità che alcune di quelle imprese raggiungano dimensioni internazionali.

Il punto, quindi, non è trovare undici aziende da aggiungere alle nove esistenti. È capire se la macchina che dovrebbe produrle sta diventando abbastanza grande e abbastanza efficiente.

È sulla scala che l’Italia deve ancora dimostrare tutto

Qui, però, termina la parte più rassicurante dell’analisi.

L’Italia continua ad avere un problema strutturale nel passaggio dalla buona impresa tecnologica alla grande impresa tecnologica internazionale. Siamo diventati più capaci di creare startup e stiamo costruendo una generazione interessante di scaleup, ma quando servono round da 50, 100 o 200 milioni per accelerare l’espansione internazionale, il mercato domestico del capitale mostra ancora i propri limiti.

Non a caso l’Italian Tech Landscape® individua proprio nella costruzione di una late-stage capital machine una delle priorità per il Paese.

È probabilmente qui che si deciderà se venti unicorni resteranno una provocazione editoriale oppure diventeranno uno scenario possibile.

Perché l’Italia non sembra avere un problema di idee. E probabilmente non ha nemmeno un problema di capacità tecnologica. Il problema arriva quando bisogna trasformare entrambe in organizzazioni globali, assumere centinaia di persone, entrare contemporaneamente in più mercati, acquisire concorrenti, costruire strutture commerciali internazionali e sostenere per anni investimenti molto superiori ai ricavi.

Creare tecnologia e scalare un’azienda tecnologica sono due competenze differenti.

La seconda è quella sulla quale dobbiamo ancora maturare.

Exein è interessante proprio per questo

È anche il motivo per cui considero il caso Exein più interessante della semplice etichetta di “nuovo unicorno”.

Una società nata a Roma nel campo della cybersecurity embedded è riuscita ad attirare un round internazionale da 270 milioni di dollari e a raggiungere una valutazione di 1,7 miliardi. Non perché qualcuno abbia deciso improvvisamente di scommettere sull’Italia, ma perché opera in un mercato globale strategico e ha costruito una tecnologia che gli investitori ritengono possa competere su quella scala.

Questa distinzione è fondamentale.

Se vogliamo arrivare a venti unicorni, non dobbiamo costruire aziende per raggiungere la valutazione di un miliardo. Dobbiamo costruire aziende abbastanza rilevanti nei propri mercati perché il miliardo diventi una conseguenza della loro crescita.

È molto diverso.

Ed è probabilmente anche il modello più interessante per il Tech Made in Italy.

Non dobbiamo diventare la Silicon Valley

C’è un’altra convinzione che credo dovremmo abbandonare: l’idea che per costruire un grande ecosistema tecnologico l’Italia debba replicare quello americano.

Non accadrà. E forse non sarebbe nemmeno auspicabile.

La struttura industriale italiana è differente. Abbiamo una densità straordinaria di competenze nella manifattura, nell’automazione, nella meccanica, nella robotica, nel software gestionale, nella progettazione e nelle filiere industriali. L’AI può trasformare molte di queste competenze in qualcosa di nuovo.

Lo stesso Italian Tech Landscape® individua nell’AI applicata alla produttività industriale uno dei possibili vantaggi competitivi italiani.

Questo significa che i prossimi grandi campioni tecnologici italiani potrebbero non assomigliare affatto alle Big Tech americane. Potrebbero nascere dall’incontro tra software e industria, AI e manifattura, cybersecurity e oggetti connessi, robotica e produzione.

In altre parole, forse non dobbiamo scegliere tra la nostra storia industriale e il nostro futuro tecnologico.

Il secondo potrebbe nascere proprio dalla prima.

Cosa cambierebbe davvero con venti unicorni

Arriviamo allora alla domanda iniziale.

Immaginiamo che tra uno, due o tre anni l’Italia abbia davvero una ventina di aziende tecnologiche sopra il miliardo.

La prima conseguenza sarebbe certamente reputazionale. Per gli investitori internazionali diventerebbe più difficile considerare l’Italia un mercato tecnologico periferico. Ma fermarsi a questo significherebbe ancora una volta guardare soltanto la superficie.

L’effetto più importante sarebbe probabilmente interno.

Venti aziende di quella dimensione significano migliaia di persone che imparano a lavorare dentro organizzazioni tecnologiche globali. Significano manager che acquisiscono esperienza internazionale, founder con maggiore disponibilità di capitale, investitori che realizzano ritorni, dipendenti che trasformano stock option in risorse da reinvestire.

Alcuni di loro diventeranno angel investor. Altri creeranno nuove aziende. Altri ancora entreranno nei fondi. Le imprese più grandi inizieranno ad acquisire quelle più piccole.

È il momento in cui un ecosistema cambia natura: non dipende più soltanto dal capitale e dalle competenze che riesce ad attrarre dall’esterno, ma comincia a produrli al proprio interno.

Ed è questo il passaggio che considero realmente interessante.

Non da 9 a 20.

Ma da un ecosistema che produce singoli casi di successo a un ecosistema nel quale un successo contribuisce a finanziare e costruire quello successivo.

Vent’anni fa sarebbe sembrato impossibile. Tra tre anni lo sapremo.

Non so se l’Italia avrà venti unicorni nei prossimi 1-3 anni.

E credo che nessun analista serio possa affermarlo oggi con certezza.

Sappiamo però che l’Italian Tech Landscape® ne fotografava nove, che il report indicava un obiettivo realistico di 15-18 e che sotto quella prima fascia avevamo già individuato una generazione di Soon-Unicorn. Sappiamo anche che una di quelle aziende, Exein, ha attraversato la soglia pochi mesi dopo.

Sono indizi. Non prove.

Ma gli ecosistemi cambiano spesso prima che cambi la percezione che abbiamo di loro.

Per molti anni ci siamo chiesti perché l’Italia non avesse abbastanza startup, abbastanza capitale, abbastanza unicorni o abbastanza aziende tecnologiche globali.

Forse nei prossimi anni dovremo iniziare a farci una domanda diversa.

Che cosa succederebbe se cominciassimo davvero ad averle?

Perché se tra tre anni gli unicorni italiani fossero venti, probabilmente la notizia più importante non sarebbe il numero scritto in un report.

Sarebbe poter guardare indietro e accorgerci che, mentre continuavamo a discutere se l’Italia fosse o meno un Paese tecnologico, il Tech Made in Italy aveva già cominciato a diventare un’industria.

Condividi l'articolo
Facebook
LinkedIn
WhatsApp
Gli utenti hanno anche letto
Editoriale

E se il boom degli investimenti stesse nascondendo una nuova sfida per il Tech Made in Italy?

Il venture capital italiano cresce, i finanziamenti diventano più consistenti e le nostre imprese tecnologiche conquistano nuove opportunità. Ma mentre aumentano i capitali, diminuiscono le operazioni. È il segnale di un ecosistema che sta maturando? E quale sarà la prossima sfida per il Tech Made in Italy?
Editoriale

E se… il futuro del Tech Made in Italy dipendesse da un’alleanza a tre?

E se la crescita del Tech Made in Italy non dipendesse soltanto dalla capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma anche dalla collaborazione tra chi le acquista, chi le produce e lo Stato? L'annuncio di possibili incentivi fiscali per il software nella Manovra 2027 apre una riflessione su un modello di sviluppo capace di trasformare la digitalizzazione delle imprese in crescita per l'intero ecosistema tecnologico italiano.
APP

Da Bologna agli Stati Uniti: Musixmatch cambia le regole della MusicTech

Musixmatch, azienda tecnologica nata a Bologna e presente tra gli Unicorns dell'Italian Tech Landscape®, acquisisce l'americana Music Reports. Un'operazione che rafforza il posizionamento internazionale del Software Made in Italy e apre una nuova fase nella gestione dei diritti musicali attraverso dati, software e Intelligenza Artificiale.
Editoriale

E se… il futuro dell’Italia dipendesse dalla crescita del Tech Made in Italy?

Le dieci aziende della LinkedIn Top Startups Italia 2026 hanno tutte la tecnologia al centro del proprio modello di business. Ma dietro questa fotografia si nasconde una domanda più grande: e se una parte importante della crescita economica italiana dipendesse dalla capacità di sviluppare, utilizzare e portare nel mondo la nostra tecnologia?
Semi conduttori

Silicon Box, i microchip Made in Italy a Novara

Il 1 ottobre Invitalia ha dato il via libera al finanziamento del Vulcan Project di Silicon Box a Novara: 3,2 miliardi di investimento, 1,3 miliardi di fondi pubblici e oltre 1.600 posti di lavoro. Sarà il primo impianto europeo dedicato ai chiplet. Per la tech Made in Italy è un passo verso l'autonomia nei microchip
Tech Made in Italy

LinkedIn Top Startups 26: le 10 aziende italiane in maggiore evidenza sono tutte Tech Made in Italy

Dalla guida autonoma alla robotica, dall'Intelligenza Artificiale al software per le imprese: tutte le dieci aziende selezionate da LinkedIn nella classifica Top Startups Italia 2026 hanno la tecnologia al centro del proprio modello di business. Un segnale importante per l'ecosistema italiano, che racconta un Paese capace di sviluppare innovazione, attrarre talenti e costruire nuove imprese tecnologiche.
Startup

Complaion, la tech Made in Italy che porta le PMI alla certificazione ISO

Il 28 settembre la startup milanese Complaion ha annunciato un round da 13,5 milioni di euro guidato da Eurazeo e Italian Founders Fund. Unisce un software e un team di auditor per aiutare le PMI con certificazioni ISO e compliance, e parte dalla Spagna per crescere in Europa. Per la tech Made in Italy è un caso di startup nata per togliere burocrazia alle imprese.
Turism Tech

Slope: dall’Umbria il software Made in Italy che digitalizza oltre 1.400 hotel

Nata a Gualdo Tadino dall'intuizione di due ingegneri informatici con un'esperienza nella Silicon Valley, Slope ha sviluppato una piattaforma cloud per la gestione alberghiera, oggi utilizzata da oltre 1.400 strutture ricettive italiane. Un esempio di come il Tech Made in Italy possa innovare anche i settori più tradizionali della nostra economia.
Editoriale

E se… l’Italia diventasse la vetrina mondiale del Tech Made in Italy?

WAVE ha portato a Torino leader tecnologici, investitori e imprenditori da tutto il mondo, dimostrando che l’Italia può essere un punto di incontro internazionale per l’innovazione. Ma il successo dell’evento apre una domanda più ambiziosa: siamo pronti a diventare anche il Paese nel quale il mondo viene a scoprire e scegliere le nostre tecnologie?
E-Commerce

TextYess, rivoluziona l’E-Commerce Made in Italy

extYess raccoglie 4 milioni di euro e porta a oltre 7 milioni il capitale complessivamente raccolto. La Tech Made in Italy vuole trasformare il CRM degli e-commerce in un sistema gestito progressivamente da agenti AI. Dietro al round c’è una domanda molto più grande: stiamo passando dal software che ci aiuta a lavorare al software al quale deleghiamo il lavoro?
Editoriale

E se… la robotica diventasse il motore del Tech Made in Italy?

L’Italia è il secondo mercato europeo per nuove installazioni di robot industriali e possiede competenze profonde in automazione, meccatronica, manifattura e ricerca. Con la Physical AI, questo patrimonio potrebbe diventare la base di una nuova industria tecnologica. Ma essere grandi utilizzatori di robot non basta: dobbiamo diventare produttori della tecnologia che li farà funzionare.
Robotica

Generative Bionics, il Made in Italy che rivoluziona la Robotica

Generative Bionics nasce da oltre vent'anni di ricerca dell'Istituto Italiano di Tecnologia, raccoglie 70 milioni di euro e porta GENE.01 verso l'industria. Dopo la partnership con Fincantieri per sviluppare un umanoide saldatore, arriva l'accordo con Eni su Physical AI, materiali, HPC e possibili applicazioni industriali. Il prossimo obiettivo non è soltanto costruire robot italiani, ma provare a costruire in Italia un'industria della robotica umanoide.
Deep Tech

Health Triage, l’AI Made in Italy per la prevenzione oncologica

Health Triage, startup italiana di intelligenza artificiale applicata all'oncologia, ha ricevuto 3 milioni di euro da Vertis SGR e Health 1. Le risorse serviranno a validare sul campo BreastNegative e Prostate V-Bio, portarle negli ospedali e aprire i mercati europeo e americano, compreso l'iter FDA.
Biotech

Sibylla Biotech: la startup Made in Italy per i tumori.

Sibylla Biotech, spin-off fondato nel 2017 dalla collaborazione tra INFN, Università di Trento e Università di Perugia, ha sviluppato PPI-FIT, piattaforma proprietaria che intercetta le proteine oncogeniche durante il processo di formazione, colpendole in stadi intermedi altrimenti inaccessibili ai farmaci convenzionali. Con un round Series A da 23 milioni e una collaborazione strategica con il MD Anderson Cancer Center, la startup veronese si candida a diventare uno dei protagonisti globali nella lotta ai tumori oggi considerati incurabili. Questa è una storia di ricerca italiana che diventa innovazione mondiale.
Editoriale

E se… il futuro del Tech fosse più umano e meno AI?

L’AI promette di automatizzare una parte crescente delle nostre attività, mentre Unobravo, dopo oltre 10 milioni di sedute online, porta il proprio modello anche nel mondo fisico. Una scelta apparentemente controcorrente che apre una domanda più ampia: se l’intelligenza artificiale diventerà abbondante e accessibile a tutti, competenza, relazione e responsabilità umana potrebbero diventare un nuovo vantaggio competitivo?
healthtech

Unobravo, dal digitale al divano

Dopo oltre 10 milioni di sedute online e più di mezzo milione di persone supportate, Unobravo porta la propria esperienza anche nel mondo fisico. Il servizio in presenza coinvolge già oltre 600 professionisti in 29 città e punta alla copertura nazionale nel 2027. Ma la storia più interessante non è l'apertura degli spazi: è il passaggio da piattaforma digitale a infrastruttura ibrida, dove tecnologia e presenza diventano due modalità dello stesso servizio.
Nucleare

Nucleare può diventare una nuova industria Tech Made in Italy?

Il nucleare torna nell'agenda italiana, ma dietro il dibattito energetico sta emergendo una questione industriale molto più ampia. Dagli SMR al progetto EAGLES-300, dall'accordo Ansaldo Energia-RINA alla collaborazione tra ENEA ed Exergon Ventures, l'Italia possiede già competenze che potrebbero contribuire alla nascita di una nuova filiera tecnologica europea. La domanda non è soltanto se torneremo a produrre energia nucleare, ma quanta della tecnologia necessaria saremo capaci di svilupparla e produrla in Italia.
Tech Made in Italy

Glassless: la Tech Made in Italy che vuole farci leggere senza occhiali

Glassless è una startup italiana che sta sviluppando un software capace di adattare in tempo reale lo schermo dello smartphone alla vista delle persone con presbiopia. Niente nuove lenti o hardware: la correzione avviene direttamente sull'immagine. I primi test su 31 partecipanti mostrano risultati preliminari interessanti, mentre l'obiettivo è portare la tecnologia all'interno dei dispositivi attraverso un SDK.
Editoriale

E se l’Italia smettesse di vendere le sue Tech e iniziasse a comprare quelle degli altri?

Per anni abbiamo celebrato giustamente le Tech italiane acquistate dai grandi gruppi internazionali. Ma Bending Spoons sta mostrando anche il percorso contrario: dopo Airtable, la società milanese ha appena annunciato l'accordo per acquisire Miro. E se la prossima fase del Tech Made in Italy fosse creare aziende abbastanza grandi da diventare compratori globali? Non significa rinunciare alle exit, ma costruire un ecosistema nel quale capitale, tecnologia e acquisizioni possano finalmente viaggiare in entrambe le direzioni.
Tech Made in Italy

Bending Spoons acquisce Miro per 1.36 Miliardi

Bending Spoons accelera ancora. A soli sei giorni dal completamento dell'acquisizione di Airtable, la Tech milanese ha annunciato un accordo per acquisire Miro per un enterprise value di 1,355 miliardi di dollari. La piattaforma conta quasi 4 milioni di utenti paganti e circa 600 milioni di dollari di ricavi ricorrenti annuali. Dopo la quotazione al Nasdaq, Bending Spoons conferma così la propria trasformazione in un gruppo tecnologico globale che, partendo dall'Italia, acquisisce alcuni dei brand software più conosciuti al mondo.
Edtech

EdTech Made in Italy: boom da 2,7 miliardi che nessuno sta raccontando

Il mercato italiano dell'Ed Tech genera un fatturato che sfiora i 3 miliardi di euro e dà lavoro a undicimila professionisti. Due anni fa le startup del settore hanno quasi triplicato i capitali attratti, raggiungendo 74 milioni di euro. Quasi sette su dieci puntano al mercato B2B aziendale, e il 60% delle più recenti è costruita nativamente sull'AI generativa. Dati che emergono dall'Osservatorio Proxima del gruppo Enzima12 e che raccontano un settore entrato nella sua fase industriale, con ancora molto spazio da percorrere.
AI

Cato, raccoglie 6 milioni per l’AI Made in Italy

Cato raccoglie 6 milioni di euro e porta a 7,6 milioni la raccolta complessiva. La startup fondata da Andrea Zorzetto e Matteo Bossolini utilizza l'AI per semplificare ricerca, analisi e preparazione delle gare d'appalto pubbliche. Con 150 clienti raggiunti in pochi mesi e un mercato italiano che nel 2025 ha movimentato 309 miliardi di euro, Cato vuole trasformare uno dei processi più complessi per le PMI in una piattaforma tecnologica capace di crescere anche oltre i confini italiani.
Editoriale

E se il futuro del Tech Made in Italy fosse la simbiosi tra Startup e Big Tech?

E se il futuro del Tech Made in Italy non dipendesse dalla scelta tra startup e grandi aziende, ma dalla capacità di farle crescere insieme? Le startup portano innovazione, velocità e nuovi founders; le grandi Tech possono offrire capitale, mercato, competenze e capacità internazionale. La vera sfida è costruire un ecosistema nel quale questi due mondi smettano di procedere separatamente e inizino ad alimentarsi reciprocamente, fino a creare un circuito capace di generare continuamente nuove aziende, nuovi talenti e nuova innovazione italiana.
healthtech

Prevenzione Sanitaria: Qura, la Made in Italy che trasforma il privilegio in diritto

Qura, startup italiana fondata a fine 2025 da Virginia Gambardella e Gioacchino Grand, ha chiuso una raccolta iniziale da 1,5 milioni con United Ventures come capofila, Vento di Exor e Italian Angels for Growth. La piattaforma combina diagnostica di laboratorio con oltre 60 parametri, analisi AI proprietaria e consulenza medica personalizzata in un percorso integrato di salute preventiva.
Tech Made in Italy

11km di Tech Made in Italy sopra Città del Messico

Una tecnologia nata nelle montagne italiane sta contribuendo a cambiare la mobilità di Città del Messico. LEITNER realizzerà la nuova Linea 4 del Cablebús, circa 11 chilometri di trasporto urbano a fune capaci di servire fino a 65.000 passeggeri al giorno e ridurre drasticamente i tempi di percorrenza. Un esempio di come competenze industriali italiane consolidate possano trasformarsi in tecnologie per le città del futuro
Tech Made in Italy

Draghi riparte dalla competitività: nel Rhine Group c’è anche il Tech Made in Italy

Mario Draghi torna al centro del dibattito sulla competitività europea con il Rhine Group, iniziativa nata insieme a Patrick Collison che riunisce imprenditori, economisti e protagonisti dell’innovazione per affrontare uno dei grandi problemi dell’Europa: trasformare talento, ricerca e capitale in aziende capaci di competere a livello globale. Ma per noi c’è un elemento ancora più interessante: al tavolo siedono anche protagonisti del Tech Made in Italy come Andrea Pignataro e Luca Ferrari. Un segnale importante di un’Italia che non deve più limitarsi a inseguire la trasformazione tecnologica europea, ma può contribuire direttamente a costruirla.
SpaceTech

La Tech Made in Italy di Revolv Space alla Nasa per studiare il clima

Una tecnologia sviluppata a Torino volerà nello spazio all’interno di una missione scientifica della NASA. Revolv Space ha consegnato quattro unità SARA Nano, sistemi che orienteranno i pannelli solari dei satelliti della missione PolSIR per massimizzarne la produzione energetica. Un esempio concreto di come il Tech Made in Italy possa entrare nelle filiere tecnologiche più avanzate del mondo attraverso specializzazione, Deep Tech e capacità ingegneristica.
Tech & Innovazione

Una Made in Italy che guida la rivoluzione della Blue Economy globale

WSense, scaleup italiana spin-off della Sapienza di Roma fondata nel 2017 da Chiara Petrioli, ha sviluppato il primo sistema di wifi sottomarino capace di operare fino a 3.000 metri di profondità, l'Internet of Underwater Things. Con oltre 27 milioni di euro raccolti e Fincantieri entrato come partner strategico nel round pre-Serie B da 7,2 milioni, WSense si posiziona come leader europeo nelle comunicazioni subacquee wireless. . In un mercato, la Blue Economy, che vale 1.500 miliardi e crescerà fino a 3.000 miliardi entro il 2030, l'Italia ha il suo campione tecnologico sotto i mari.
Investment

Venture Capital italiano: 9,6 miliardi in dieci anni. Adesso inizia la vera selezione

In dieci anni il Venture Capital italiano è passato da un mercato ancora embrionale a un ecosistema capace di attrarre quasi 9,6 miliardi di euro tra il 2015 e il 2025. Ma il dato forse più interessante non è quanto abbiamo raccolto. È quello che sta succedendo adesso. Perché sembra essersi chiusa la fase dell’euforia, mentre ne sta iniziando un’altra: quella della selezione. E per il Tech Made in Italy potrebbe essere una buona notizia.
Editoriale

E se…gli investitori nel Tech Made in Italy fossero gli stessi founders?

E se il prossimo salto di qualità del Tech Made in Italy non dipendesse soltanto dall’arrivo di nuovi capitali internazionali, ma dalla capacità dei nostri stessi imprenditori di investire nella nuova generazione di startup italiane? Il closing di Italian Founders Fund a oltre 100 milioni di euro può essere letto come qualcosa di più di una semplice notizia finanziaria. Racconta un ecosistema che sta iniziando a maturare, nel quale chi ha già costruito aziende, accumulato esperienza e raggiunto il successo decide di rimettere in circolo capitale, competenze e relazioni. Forse il segnale più importante non sono i 100 milioni raccolti, ma la crescente fiducia degli imprenditori italiani nel talento e nelle potenzialità del Tech Made in Italy.
Scrivi anche tu

Vuoi essere uno dei nostri scrittori del magazine

Unisciti a noi e diventa partner importante dell’ecosistema La Tech Made In Italy