Glassless: dopo aver inventato gli occhiali nel XIII secolo, una Tech Made in Italy vuole toglierli per farci leggere lo smartphone
A un certo punto succede quasi a tutti. Il telefono comincia ad allontanarsi dal viso, i caratteri diventano più grandi e gli occhiali da lettura iniziano a comparire sulla scrivania, in macchina, sul comodino. È la presbiopia, un cambiamento fisiologico legato all’età che riduce progressivamente la capacità dell’occhio di mettere a fuoco da vicino e che riguarda circa 1,8 miliardi di persone nel mondo.
Una startup italiana ha deciso però di affrontare il problema da una prospettiva completamente diversa. Non modificare l’occhio. Non aggiungere una lente davanti all’occhio. Modificare ciò che l’occhio vede sullo schermo.
Si chiama Glassless
ed è una startup innovativa con sede a Roma che sta sviluppando un software capace di adattare in tempo reale ciò che appare sui display alle caratteristiche visive della persona. L’obiettivo è permettere a chi soffre di presbiopia di utilizzare smartphone, tablet e, in prospettiva, altri dispositivi digitali senza dover continuamente ricorrere agli occhiali da lettura.
È un’idea apparentemente semplice, ma tecnologicamente molto interessante: invece di correggere la vista, correggere preventivamente l’immagine.
Se l’occhio non mette più a fuoco, cambia lo schermo
La presbiopia non è una malattia, ma una conseguenza naturale dell’invecchiamento dell’occhio. Con il passare degli anni diminuisce la capacità di accomodazione e diventa progressivamente più difficile mettere a fuoco gli oggetti vicini. Il fenomeno inizia generalmente a manifestarsi intorno ai quarant’anni e diventa particolarmente evidente proprio nelle attività che oggi compiamo decine di volte durante la giornata: leggere un messaggio, controllare una notifica o utilizzare un’applicazione.
La soluzione tradizionale interviene tra l’immagine e l’occhio attraverso una lente. Glassless prova invece a spostare la correzione all’origine della catena visiva, direttamente sul display.
Il software costruisce innanzitutto un profilo visivo personale attraverso un breve test di autovalutazione e una fase di calibrazione. A quel punto modella matematicamente la distorsione prodotta dall’occhio presbite e modifica il contenuto dello schermo cercando di recuperare contrasto e nitidezza prima che la luce raggiunga l’occhio. Secondo la società, l’elaborazione viene effettuata direttamente sul dispositivo e utilizza anche l’AI nel processo di image processing e rendering.
La caratteristica probabilmente più interessante è ciò che non serve: niente visori, niente nuove lenti e niente hardware aggiuntivo. L’idea è utilizzare il dispositivo che abbiamo già in tasca.
Quattro founder tra fisica, fotonica, ingegneria e software
Dietro Glassless c’è un team multidisciplinare italiano formato da Arturo Catalano Gonzaga, ingegnere elettronico; Giorgio Sleiter, con un percorso nell’imprenditorialità e nel venture building; Michelangelo Panza, fisico e ricercatore; e Giuseppe Antonacci, fisico specializzato in fotonica e fondatore di Specto Photonics.
Ed è forse proprio la composizione del team a raccontare bene la natura del progetto. Glassless si trova all’incrocio tra ottica, fisica, software, AI e comportamento dell’utente. Non sta semplicemente costruendo un’applicazione che ingrandisce caratteri o aumenta il contrasto: l’ambizione è modellare il comportamento ottico dell’occhio e compensarlo attraverso il modo in cui l’immagine viene generata dal display.
È una differenza importante, perché se la tecnologia riuscisse a dimostrare efficacia su larga scala, la sua applicazione potrebbe andare oltre una singola app.
I primi test sono promettenti, ma siamo ancora all’inizio
Su questo punto è importante non correre più velocemente della tecnologia.
Glassless presenta i risultati di due studi preliminari condotti complessivamente su 31 partecipanti. La prima fase ha coinvolto 21 soggetti sui quali è stata indotta artificialmente una condizione di defocus; la seconda ha riguardato dieci persone realmente presbiti tra i 40 e i 70 anni.
Nel secondo test, quattro dei dieci partecipanti sono riusciti a interagire liberamente con lo smartphone senza occhiali da lettura utilizzando la correzione Glassless, mentre gli altri sei non hanno ottenuto un beneficio sufficiente. La stessa startup evidenzia che si trattava di un pilot informale senza protocollo fisso e riconosce la necessità di ulteriori studi strutturati.
Questo dato è particolarmente interessante proprio perché ridimensiona una possibile lettura troppo entusiastica della tecnologia.
Glassless non è oggi una soluzione clinicamente dimostrata capace di eliminare gli occhiali per due miliardi di persone. È una tecnologia in fase iniziale che ha prodotto segnali preliminari di funzionamento e che deve ancora dimostrare quanto possa essere efficace su persone con differenti livelli e caratteristiche di presbiopia.
Ed è proprio questa distinzione che rende la storia più credibile.
“Glassless mi interessa perché parte da un problema vecchio come la presbiopia e lo guarda con una logica completamente diversa: invece di aggiungere hardware, prova a trasformare il software. È ancora una tecnologia da validare e sarebbe prematuro parlare di sostituzione degli occhiali. Ma questo è esattamente il tipo di Tech Made in Italy che dobbiamo osservare: competenze scientifiche, software e AI utilizzate per ripensare problemi quotidiani con un mercato potenzialmente globale.”
Max Brigida – Founder La Tech #MadeinItaly®
L’ambizione è entrare dentro i dispositivi
Oggi Glassless dispone di una APK Android privata che applica la correzione in overlay sull’intero sistema operativo. Più di 500 persone risultano inoltre iscritte alla waiting list per provare la tecnologia.
Ma il modello futuro sembra andare oltre l’applicazione consumer.
La roadmap pubblicata dalla società prevede tra la fine del 2026 un round pre-seed e test con early adopter, seguiti nel 2027 da test supervisionati con medici, percorso MDR e brevetto. Nella seconda metà del 2027 è prevista una beta con correzione dinamica tramite SDK e un successivo seed round; per il 2028 l’obiettivo dichiarato è raggiungere dieci clienti SDK.
Ed è qui che il progetto diventa particolarmente interessante dal punto di vista industriale.
Se il software potesse essere integrato direttamente nei sistemi operativi o nei dispositivi attraverso un SDK, Glassless potrebbe teoricamente passare dall’essere un’app utilizzata dall’utente a diventare una tecnologia invisibile incorporata nel display.
Lo smartphone conoscerebbe il profilo visivo della persona e potrebbe adattare automaticamente ciò che mostra.
Un mercato potenzialmente enorme, ma la validazione sarà decisiva
LifeGate sottolinea un’altra dimensione del progetto: l’accessibilità. Degli oltre 1,8 miliardi di persone interessate dalla presbiopia nel mondo, centinaia di milioni non dispongono di una correzione adeguata. Un sistema puramente software, utilizzabile attraverso hardware già esistente, potrebbe in prospettiva abbassare alcune delle barriere economiche e logistiche all’accesso alla correzione visiva digitale.
È una possibilità interessante, ma anche qui occorrerà distinguere l’ambizione dal risultato effettivamente dimostrato.
La sfida di Glassless sarà infatti duplice. Da una parte dovrà migliorare la tecnologia fino a renderla efficace su un numero molto più ampio di utenti e condizioni visive. Dall’altra dovrà affrontare validazione clinica, regolamentazione e integrazione con l’ecosistema dei produttori di dispositivi.
In altre parole, il mercato potenziale è enorme proprio perché enorme è anche la difficoltà del problema.
Quando il software prova a sostituire un oggetto fisico
C’è però un aspetto di Glassless che trovo particolarmente interessante per il Tech Made in Italy.
Molte delle innovazioni software più importanti degli ultimi vent’anni hanno seguito lo stesso percorso: prendere una funzione precedentemente affidata a un oggetto fisico e trasferirla progressivamente nel software.
Glassless prova ad applicare quella logica alla correzione visiva davanti agli schermi.
Non sappiamo ancora se riuscirà a farlo su scala commerciale. I test sono preliminari e la strada verso un prodotto maturo è ancora lunga. Ma la domanda tecnologica che pone è estremamente interessante: se una parte sempre maggiore della nostra vita passa attraverso un display, perché deve essere sempre l’occhio ad adattarsi allo schermo e non lo schermo ad adattarsi all’occhio?
È una di quelle idee che, quando vengono spiegate, sembrano quasi ovvie.
E spesso proprio lì iniziano le innovazioni più interessanti.