E se…gli investitori nel Tech Made in Italy fossero gli stessi founders?

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E se gli investimenti arrivassero direttamente da una community di founder?

Negli ultimi anni abbiamo imparato a leggere l’evoluzione del Tech Made in Italy attraverso numeri sempre più incoraggianti. Round di investimento in crescita, startup che raccolgono capitali internazionali, scaleup che si espandono all’estero e aziende italiane che iniziano a competere con maggiore continuità sui mercati globali.

Sono segnali importanti, che raccontano un ecosistema sempre più dinamico.

Eppure, tra tutte le notizie che abbiamo pubblicato negli ultimi mesi, ce n’è una che, a mio avviso, merita una riflessione diversa.

Italian Founders Fund ha annunciato il final closing a oltre 100 milioni di euro.

La notizia potrebbe sembrare l’ennesimo successo del venture capital italiano. In realtà racconta qualcosa di molto più profondo. Per la prima volta non stiamo parlando soltanto di un fondo che raccoglie capitali, ma di una comunità di imprenditori che sceglie di investire nel futuro di altri imprenditori italiani.

Ed è proprio questo il passaggio che mi ha fatto riflettere.

E se il vero salto di qualità del Tech Made in Italy non dipendesse dalla quantità di capitale disponibile, ma dalla fiducia che iniziamo ad avere nelle nostre idee?

La crescita di un ecosistema inizia quando cresce la fiducia

Ogni startup nasce da un’intuizione.

Ma nessuna startup cresce senza qualcuno disposto a credere in quell’intuizione prima che diventi un successo.

Per molto tempo abbiamo pensato che quella fiducia dovesse arrivare dall’estero. Era quasi naturale guardare a Londra, Berlino o alla Silicon Valley come ai luoghi dove trovare gli investitori capaci di comprendere davvero il potenziale delle nostre aziende.

In parte era vero.

Il mercato italiano del venture capital era ancora giovane e molte delle competenze necessarie per accompagnare una startup nella crescita internazionale erano concentrate fuori dai nostri confini.

Oggi, però, il contesto sta cambiando.

L’annuncio di Italian Founders Fund racconta proprio questo cambiamento: un numero crescente di imprenditori italiani decide di mettere a disposizione capitale, esperienza e relazioni per sostenere la nuova generazione di founder.

Non è soltanto un investimento finanziario.

È un investimento di fiducia.

Un ecosistema maturo non aspetta che qualcuno lo costruisca

Esiste una differenza sostanziale tra un mercato dell’innovazione e un vero ecosistema.

Nel primo caso ogni azienda cresce seguendo il proprio percorso.

Nel secondo, invece, il successo di una realtà contribuisce automaticamente alla crescita delle altre.

Chi ha costruito un’impresa mette la propria esperienza a disposizione di chi sta iniziando.

Chi ha affrontato i mercati internazionali aiuta altri imprenditori a fare lo stesso.

Chi ha raccolto capitali comprende quanto sia importante restituire all’ecosistema parte di ciò che ha ricevuto.

È questo meccanismo che rende un ecosistema capace di rigenerarsi nel tempo.

Per questo considero l’esperienza di Italian Founders Fund molto più significativa dei numeri che l’accompagnano.

Perché racconta la nascita di una responsabilità collettiva.

Il capitale economico è importante. Quello culturale ancora di più.

Quando si parla di venture capital, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle cifre.

Cento milioni di euro rappresentano un risultato importante.

Ma il vero patrimonio di un fondo costruito da imprenditori non si misura soltanto in euro.

Si misura nelle competenze condivise.

Nella possibilità di confrontarsi con chi ha già affrontato le stesse difficoltà.

Nella capacità di evitare errori già vissuti da altri.

Nelle relazioni internazionali che possono aprire nuove opportunità.

È un capitale invisibile, ma spesso molto più prezioso di quello finanziario.

Ed è proprio questo tipo di patrimonio che può accelerare la crescita del Tech Made in Italy.

Forse stiamo entrando in una nuova fase della nostra storia

Negli ultimi anni abbiamo dimostrato che anche in Italia è possibile costruire startup innovative, attrarre investimenti e creare aziende capaci di competere sui mercati internazionali.

Era una fase necessaria.

Dovevamo dimostrare che il talento italiano esisteva.

Oggi, però, credo che la sfida sia diversa.

Non basta più creare nuove aziende.

Dobbiamo creare un ecosistema in cui ogni successo contribuisca a generarne altri.

Un ecosistema nel quale gli imprenditori non siano soltanto protagonisti della propria storia, ma diventino parte attiva della crescita dell’intera comunità.

Se questo accadrà, allora il vero valore di Italian Founders Fund non saranno i cento milioni raccolti.

Sarà aver contribuito a cambiare il modo in cui il Tech Made in Italy guarda a sé stesso.

La vera domanda riguarda il futuro del nostro ecosistema

Forse continuiamo a misurare la crescita dell’innovazione con gli indicatori sbagliati.

Guardiamo ai round, alle valutazioni, alle exit e agli unicorni.

Sono tutti elementi fondamentali.

Ma c’è un indicatore che, probabilmente, racconta molto meglio la maturità di un Paese.

È la capacità dei suoi imprenditori di credere nel talento di altri imprenditori.

Perché i capitali possono finanziare una startup.

La fiducia, invece, può costruire un ecosistema.

Ed è forse questa la notizia più importante che ci lascia Italian Founders Fund.

Non che siano stati raccolti oltre cento milioni di euro.

Ma che un numero sempre maggiore di founder italiani abbia deciso di investire, prima di tutto, nel futuro del Tech Made in Italy.

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Ci sono storie che meritano di essere raccontate per il loro finale. E poi ce ne sono altre che meritano di essere raccontate per la domanda che lasciano aperta. Quando ho letto la storia di Augusto Marietti e Marco Palladino, fondatori di Kong, non ho pensato all'ennesima startup italiana diventata un unicorno da 2 miliardi di dollari.
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