Per anni ci siamo abituati a leggere sempre la stessa storia
Una startup italiana nasce, cresce, raccoglie capitali e, quando raggiunge una certa dimensione, viene acquisita da un gruppo internazionale.
Ed è giusto considerarla una buona notizia.
Le exit servono. Premiano founders e investitori, rimettono capitale in circolo e possono alimentare nuove imprese.
Ma questa settimana, guardando quello che sta facendo Bending Spoons, mi sono fatto una domanda diversa.
E se questo fosse soltanto il primo livello del gioco?
Quando la freccia cambia direzione
Il 4 settembre Bending Spoons ha completato l’acquisizione di Airtable. Sei giorni dopo ha annunciato l’accordo per acquisire Miro per 1,355 miliardi di dollari.
Due piattaforme globali. Due operazioni miliardarie. E soprattutto una direzione diversa da quella alla quale siamo stati abituati per anni.
Non una Tech italiana comprata da qualcuno all’estero. Una Tech italiana che compra all’estero.
Ed è questa la parte che mi interessa di più.
Perché un ecosistema tecnologico maturo non dovrebbe essere soltanto capace di creare startup interessanti. Dovrebbe anche riuscire a farne crescere alcune fino al punto da trasformarle in acquirenti globali.
Creare aziende non basta
All’inizio di un ecosistema bisogna far nascere più founders, attrarre Venture Capital, sviluppare competenze e permettere alle startup di diventare scaleup.
Poi arrivano le exit.
Ma credo esista un passaggio successivo: costruire aziende abbastanza grandi da diventare loro stesse piattaforme di consolidamento.
Aziende che utilizzano il proprio capitale per acquisire tecnologia, clienti, talenti e mercato nel resto del mondo.
Bending Spoons sta facendo esattamente questo.
Evernote, WeTransfer, Vimeo, AOL, Eventbrite, Airtable e adesso Miro.
Possiamo discutere il modello, le ristrutturazioni, il debito e la sostenibilità di una strategia così aggressiva. Sono tutte domande legittime.
Ma il punto, qui, è un altro.
Per una volta non stiamo aspettando di essere comprati. Stiamo comprando.
Non dobbiamo smettere di vendere le nostre Tech
Il titolo è volutamente provocatorio.
Non credo affatto che l’Italia debba smettere di vendere le proprie aziende. Abbiamo bisogno di exit e di investitori internazionali che continuino a guardare al nostro ecosistema.
Ma non può esserci una sola direzione.
Il vero salto arriverà quando il capitale inizierà a viaggiare in entrambe le direzioni: aziende italiane acquistate da gruppi internazionali e aziende italiane capaci di acquisire società nel mondo.
Non è nazionalismo economico.
È maturità industriale.
Dal Made in Italy al Made from Italy
Forse nel Tech dobbiamo iniziare a pensare al Made in Italy in modo diverso.
Non soltanto qualcosa che nasce qui e viene venduto fuori.
Ma aziende costruite dall’Italia, con capitale globale, talenti internazionali e la capacità di andare nel mondo ad acquisire tecnologia e mercato.
Bending Spoons continua ad avere il proprio centro a Milano e da Milano sta costruendo un portafoglio di aziende globali.
Forse è questa una nuova evoluzione del concetto di Made in Italy.
Made from Italy.
E forse capiremo che il Tech Made in Italy sarà diventato davvero adulto quando smetteremo di stupirci perché una società italiana viene comprata da un gigante internazionale e inizieremo a considerare normale che sia un gigante tecnologico italiano a comprare aziende nel resto del mondo.