Non basta sviluppare tecnologia. Serve chi la compra. E chi la Incentiva
Quando parliamo di Tech Made in Italy, ci concentriamo soprattutto su chi sviluppa innovazione: startup, software house, aziende di Intelligenza Artificiale, robotica e cybersecurity. Raccontiamo investimenti, nuovi prodotti e opportunità di crescita.
Ma forse stiamo osservando soltanto una parte del sistema.
Perché anche la tecnologia più avanzata ha bisogno di un mercato. Di imprese disposte ad acquistarla, integrarla nei propri processi e riconoscerne il valore.
L’annuncio del Governo di possibili agevolazioni fiscali per gli investimenti in software attraverso contratti cloud, nell’ambito della Manovra 2027, mi ha portato a riflettere su una questione più ampia.
E se per far crescere il Tech Made in Italy dovessimo mettere in relazione tre protagonisti: chi acquista tecnologia, chi la sviluppa e lo Stato?
Non sappiamo ancora come sarà strutturata la misura annunciata. Ma possiamo già interrogarci sul modello di sviluppo che potrebbe contribuire a creare.
Un’alleanza nella quale tutti possono crescere
Immaginiamo un’impresa italiana che voglia investire in un nuovo software gestionale, in una piattaforma di AI o in una soluzione di cybersecurity.
Un incentivo pubblico potrebbe ridurre alcune barriere economiche e favorire l’investimento. L’impresa che acquista potrebbe migliorare la propria produttività. Il produttore tecnologico potrebbe acquisire nuovi clienti e reinvestire nella crescita. Lo Stato potrebbe contribuire alla modernizzazione del sistema produttivo.
Tre soggetti, tre benefici potenziali, un unico obiettivo: aumentare la competitività del Paese.
È un modello nel quale il valore non si esaurisce nella vendita di un prodotto, ma può alimentare un ciclo di innovazione.
Naturalmente, un incentivo non garantisce automaticamente questi risultati. Servono tecnologie efficaci, imprese capaci di utilizzarle e politiche che premino investimenti realmente produttivi.
Ma il principio è interessante: sostenere la domanda di tecnologia può diventare anche un modo per creare opportunità per chi la sviluppa.
Il rischio: incentivare gli acquisti senza rafforzare il Tech Made in Italy
Esiste però un paradosso.
Se lo Stato incentiva le imprese italiane ad acquistare software, chi beneficerà della maggiore domanda?
Potrebbero essere le nostre software house, ma anche i grandi fornitori internazionali.
In entrambi i casi, le imprese utilizzatrici potrebbero ottenere benefici concreti. Tuttavia, l’impatto sulla crescita dell’industria tecnologica italiana sarebbe differente.
Questo non significa che dovremmo imporre alle aziende di acquistare esclusivamente software nazionale. La competitività nasce dalla qualità delle soluzioni, non dalla loro provenienza.
La domanda è un’altra: come possiamo fare in modo che la digitalizzazione delle imprese diventi anche un’opportunità per rafforzare chi sviluppa Tech Made in Italy?
Servono prodotti competitivi, capacità commerciali, ricerca, investimenti e accesso ai mercati. Ma serve anche un ecosistema nel quale le imprese tecnologiche possano incontrare clienti disposti a sperimentare e adottare innovazione.
Perché incentivare la spesa digitale non equivale necessariamente a costruire un’industria tecnologica più forte.
Dalla politica degli incentivi a una strategia industriale
Negli ultimi anni abbiamo dedicato molta attenzione al finanziamento delle startup e all’attrazione di capitali.
Sono strumenti fondamentali, ma il capitale da solo non basta. Prima o poi, ogni impresa tecnologica deve dimostrare che esiste un mercato disposto a pagare per ciò che sviluppa.
Ecco perché credo che dovremmo attribuire maggiore importanza alla domanda di innovazione.
Le istituzioni possono favorire gli investimenti. Le imprese utilizzatrici devono individuare problemi concreti da risolvere. I produttori tecnologici devono sviluppare soluzioni capaci di generare risultati misurabili.
Penso soprattutto alle nostre PMI manifatturiere, alla logistica, ai servizi e ai tanti settori nei quali software, AI e automazione possono migliorare efficienza e competitività.
La vera opportunità è creare un collegamento più forte tra i bisogni delle imprese italiane e le competenze di chi sviluppa tecnologia.
Non attraverso un mercato protetto, ma costruendo relazioni industriali capaci di generare innovazione e crescita.
E se imparassimo a crescere insieme?
L’Italia possiede competenze tecnologiche importanti, ma trasformarle in un’industria sempre più competitiva richiede qualcosa in più della capacità di innovare.
Richiede un mercato capace di valorizzare quelle competenze.
Gli incentivi possono contribuire, ma non devono diventare un fine. Il loro successo dovrebbe essere misurato attraverso i risultati ottenuti: maggiore produttività, innovazione realmente adottata e nuove opportunità di sviluppo.
L’annuncio sulla Manovra 2027 è soltanto un punto di partenza. La misura dovrà essere definita e valutata nei suoi effetti concreti.
Ma la riflessione rimane.
Abbiamo spesso considerato separatamente chi produce tecnologia, chi la utilizza e chi definisce le politiche economiche.
E se iniziassimo a considerarli parte di uno stesso ecosistema?
Forse il prossimo salto di qualità del Tech Made in Italy non dipenderà soltanto da quante nuove tecnologie sapremo sviluppare, ma dalla nostra capacità di costruire un Paese nel quale acquistare, vendere e investire in innovazione diventi parte di una strategia condivisa.
Perché un ecosistema tecnologico diventa davvero forte quando cresce chi sviluppa innovazione, ma anche chi sceglie di utilizzarla.