Una fotografia che racconta molto più di dieci startup
C’è una fotografia che conosciamo quasi tutti. È quella degli undici operai seduti su una trave d’acciaio, sospesi sopra New York, nel 1932.
Erano gli uomini che costruivano i grattacieli. E, simbolicamente, l’America industriale.
Quasi un secolo dopo, proviamo a immaginare quella stessa fotografia sopra Milano. Al posto degli operai, dieci imprenditori italiani. Non stanno costruendo grattacieli, ma software, Intelligenza Artificiale, robotica, piattaforme digitali e sistemi di guida autonoma.
È l’immagine che abbiamo scelto per raccontare la nuova classifica LinkedIn Top Startups Italia 2026.
Dieci aziende italiane emergenti. Dieci realtà che hanno la tecnologia al centro del proprio modello di business.
Naturalmente una classifica basata su crescita occupazionale, interesse professionale e attrattività dei talenti non basta a dimostrare che l’economia italiana stia cambiando direzione.
Ma può suggerirci una domanda.
E se il futuro economico dell’Italia dipendesse sempre di più dalla capacità di far crescere il suo Tech Made in Italy?
Abbiamo costruito la nostra ricchezza sull’industria. E se ora dovessimo costruirne una nuova?
L’Italia è diventata una delle principali economie industriali del mondo grazie alla capacità di produrre.
Abbiamo sviluppato competenze straordinarie nella meccanica, nell’automazione, nella manifattura, nel design e in numerosi settori nei quali continuiamo a essere riconosciuti a livello internazionale.
Ma il mondo industriale sta attraversando una trasformazione profonda.
Il valore di un prodotto non dipende più soltanto dalla sua qualità materiale. Dipende anche dal software che lo controlla, dai dati che produce, dall’Intelligenza Artificiale che ne migliora le prestazioni e dai servizi digitali che lo accompagnano.
Pensiamo a una macchina industriale. La sua competitività non risiede più esclusivamente nella precisione meccanica, ma anche nella capacità di prevedere un guasto, ottimizzare i consumi e adattarsi autonomamente ai processi produttivi.
Oppure pensiamo a un’impresa che utilizza software per gestire dipendenti, acquisti, contabilità, clienti e produzione.
La tecnologia non è più semplicemente uno strumento di supporto.
È diventata una parte della capacità produttiva di un Paese.
E allora la domanda cambia: vogliamo essere soltanto un’economia che acquista e utilizza queste tecnologie, oppure anche un Paese che le sviluppa, le possiede e le esporta?
Dieci startup non cambiano un Paese. Migliaia di imprese tecnologiche potrebbero farlo
La classifica LinkedIn è interessante proprio perché mostra due modi differenti di costruire innovazione.
Da una parte troviamo aziende che sviluppano tecnologie avanzate, come Niulinx nella guida autonoma e Generative Bionics nella robotica.
Dall’altra troviamo imprese che applicano il software e l’Intelligenza Artificiale a problemi concreti: Jet HR nella gestione del personale, Lexroom nel settore legale, Sibill nell’amministrazione delle PMI, Compri negli acquisti aziendali.
Non tutte operano nella stessa categoria tecnologica. Non tutte avranno gli stessi risultati economici. E non tutte diventeranno grandi imprese.
Ma rappresentano una possibilità.
Immaginiamo che l’Italia riesca a moltiplicare aziende di questo tipo. Imprese capaci di assumere persone qualificate, sviluppare proprietà intellettuale, vendere prodotti digitali e raggiungere clienti internazionali.
Il loro contributo potrebbe andare ben oltre il fatturato generato direttamente.
Potrebbero contribuire alla competitività delle aziende che acquistano i loro prodotti, alla formazione di competenze e alla nascita di nuove attività imprenditoriali.
È qui che il Tech Made in Italy smette di essere soltanto un settore economico e può diventare una leva trasversale di crescita.
Il vero problema non è soltanto sviluppare tecnologia. È farla crescere
Sarebbe però troppo semplice fermarsi all’entusiasmo.
L’Italia possiede competenze tecnologiche, università, centri di ricerca e imprese innovative. Ma trasformare queste risorse in aziende capaci di competere sui mercati internazionali è una sfida differente.
Servono capitali, competenze manageriali, capacità commerciale, accesso ai clienti e possibilità di crescere senza dover necessariamente trasferire altrove le attività strategiche.
E soprattutto serve domanda.
Possiamo sviluppare software eccellente, ma se le imprese italiane non investono nella digitalizzazione, una parte importante di quel potenziale rimane inespressa.
I dati ISTAT mostrano progressi, ma anche quanto lavoro resti da fare.
Nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di Intelligenza Artificiale, contro l’8,2% dell’anno precedente.
Nello stesso periodo, il 56% utilizzava software gestionali e il 68,1% acquistava servizi cloud di livello intermedio o avanzato.
Sono segnali di crescita, ma raccontano anche un mercato nel quale l’adozione delle tecnologie più avanzate è ancora lontana dall’essere universale.
Il futuro del Tech Made in Italy dipende quindi da due crescite parallele: quella delle imprese che sviluppano tecnologia e quella delle imprese che scelgono di utilizzarla.
Se cresce soltanto l’offerta, rischiamo di avere ottimi prodotti senza un mercato sufficientemente forte.
Se cresce soltanto la domanda, rischiamo di digitalizzare la nostra economia acquistando prevalentemente tecnologie sviluppate altrove.
Non è una questione di chiudere il mercato ai fornitori internazionali. La concorrenza è indispensabile.
È una questione di creare le condizioni affinché le imprese tecnologiche italiane possano competere, vincere clienti e diventare protagoniste anche fuori dai nostri confini.
E se la prossima eccellenza del Made in Italy fosse proprio la tecnologia?
Per decenni abbiamo raccontato il Made in Italy attraverso i prodotti che il mondo conosce e apprezza.
E continueremo a farlo.
Ma forse è arrivato il momento di aggiungere qualcosa a quella narrazione.
Un software sviluppato in Italia e utilizzato da migliaia di imprese internazionali è Made in Italy.
Un robot progettato nei nostri laboratori e venduto nel mondo è Made in Italy.
Una piattaforma di Intelligenza Artificiale costruita da ingegneri italiani e capace di competere globalmente è Made in Italy.
Non perché la tecnologia debba sostituire la nostra identità industriale, ma perché può rappresentarne un’evoluzione.
E qui c’è un’altra differenza fondamentale.
Il successo di un’azienda tecnologica non si misura soltanto dalla valutazione ottenuta in un round di investimento o dalla posizione conquistata in una classifica.
Si misura anche dalla capacità di costruire un’impresa sostenibile, creare lavoro qualificato, generare valore per i clienti e mantenere nel tempo competenze e attività economiche.
La sfida non è avere più startup da celebrare. È avere più imprese tecnologiche capaci di diventare grandi.