E se… l’Italia diventasse la vetrina mondiale del Tech Made in Italy?

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WAVE ha dimostrato che l’Italia può attrarre il mondo del Tech

Questa settimana Torino è diventata uno dei luoghi più interessanti del dibattito tecnologico internazionale. Alle OGR si è concluso WAVE, un evento capace di riunire imprenditori, investitori, startup e leader tecnologici italiani e stranieri per confrontarsi sul futuro dell’innovazione, dell’Intelligenza Artificiale e della competitività europea.

I numeri raccontano una manifestazione di dimensioni importanti: circa 10.000 partecipanti provenienti da 117 Paesi, oltre 3.200 aziende e organizzazioni rappresentate, 255 speaker e moderatori. Ma sarebbe un errore fermarsi ai numeri, perché il risultato più interessante di WAVE non è soltanto aver riempito gli spazi delle OGR. È aver dimostrato che l’Italia può essere una destinazione credibile per la comunità tecnologica internazionale.

Sul palco si sono confrontati protagonisti di imprese come Revolut e Bending Spoons, insieme a investitori e rappresentanti dell’ecosistema europeo. Il dibattito ha toccato una questione che da tempo accompagna la crescita del nostro continente: l’Europa è capace di creare grandi aziende tecnologiche, ma fatica ancora a trasformare questa capacità in una presenza industriale paragonabile a quella degli Stati Uniti.

WAVE ha avuto il merito di riportare questa discussione in Italia. E non è un dettaglio. Per troppo tempo abbiamo guardato ai grandi appuntamenti internazionali come a qualcosa che accadeva necessariamente altrove: a Parigi, Lisbona, Londra o negli Stati Uniti. Torino dimostra che possiamo attrarre persone, idee, capitali e attenzione internazionale anche nel nostro Paese.

Ma proprio il successo di WAVE mi porta a una riflessione ulteriore. Se siamo capaci di convincere il mondo della tecnologia a venire in Italia per discutere del proprio futuro, perché non dovremmo essere capaci di convincerlo a venire per scoprire le tecnologie che sviluppiamo?

Il paradosso italiano: sappiamo creare talenti, ma non sempre trattenere il valore

Tra gli elementi più interessanti emersi durante WAVE ci sono i dati presentati da Dealroom sull’ecosistema tecnologico italiano.

Secondo l’analisi, sono 45 gli unicorni fondati da imprenditori italiani nel mondo, ma ben 32 sono nati all’estero. Significa che circa sette su dieci hanno costruito la propria impresa fuori dai confini nazionali.

È un dato che merita attenzione, soprattutto perché racconta qualcosa di diverso dalla narrazione secondo cui l’Italia non sarebbe un Paese capace di produrre imprenditori tecnologici di livello internazionale.

Il talento esiste. Le competenze esistono. Esistono anche imprenditori capaci di creare aziende che raggiungono valutazioni miliardarie e competono nei mercati più difficili. Il problema è capire perché una parte così consistente di questa capacità imprenditoriale trovi altrove le condizioni per trasformarsi in impresa globale.

Naturalmente non possiamo ridurre una scelta imprenditoriale complessa a un unico fattore. Capitale, dimensioni del mercato, accesso ai clienti, disponibilità di competenze, normative e opportunità industriali contribuiscono tutti a determinare dove un’azienda nasce e cresce.

Ma credo che ci sia un elemento sul quale riflettiamo ancora troppo poco: la capacità di un Paese di costruire un mercato riconoscibile per le proprie tecnologie.

Perché un ecosistema non diventa competitivo soltanto quando produce buone startup. Diventa competitivo quando quelle startup riescono a trovare clienti, crescere, esportare, attirare investimenti e trasformarsi in imprese strutturate.

È una differenza fondamentale. Possiamo continuare a misurare quanti nuovi progetti imprenditoriali nascono ogni anno, ma dovremmo iniziare a chiederci con altrettanta insistenza quanti riescono a diventare fornitori tecnologici di riferimento per le aziende europee e internazionali.

Il mondo conosce il Made in Italy. Ma conosce il nostro Tech?

L’Italia ha costruito una delle identità industriali più riconoscibili al mondo. Il Made in Italy è sinonimo di qualità, competenza, capacità produttiva e creatività. In molti settori, questa reputazione rappresenta un vantaggio competitivo che altri Paesi hanno impiegato decenni a costruire, senza necessariamente riuscirci.

Eppure, quando parliamo di tecnologia, quella stessa riconoscibilità sembra attenuarsi.

Abbiamo aziende che sviluppano software gestionali, piattaforme di Intelligenza Artificiale, sistemi di cybersecurity, robotica, automazione industriale, tecnologie spaziali e soluzioni Deep Tech. Abbiamo imprese che lavorano per clienti internazionali e competenze scientifiche che trovano applicazione in settori strategici.

Ma quante di queste realtà sono immediatamente riconoscibili, fuori dall’Italia, come parte di un unico ecosistema tecnologico nazionale?

La frammentazione è probabilmente uno dei nostri principali limiti. Non perché manchino aziende valide, ma perché spesso ciascuna affronta da sola la sfida della visibilità internazionale.

E qui emerge una differenza importante rispetto ai settori tradizionali del Made in Italy. Chi arriva in Italia per conoscere il design, la moda o la meccanica specializzata sa già, almeno in parte, che cosa cercare. Esistono distretti, manifestazioni, reti commerciali e un’identità condivisa che rendono più semplice orientarsi.

Nel Tech questa riconoscibilità collettiva è ancora da costruire.

Non significa che manchino fiere, conferenze o occasioni di incontro. Significa che manca ancora, su scala internazionale, un appuntamento universalmente riconoscibile la cui promessa sia semplice: venire in Italia per scoprire il Tech Made in Italy.

E non soltanto per ascoltare visioni sul futuro. Per incontrare aziende, vedere prodotti, valutare soluzioni, avviare collaborazioni e costruire opportunità commerciali.

Dagli eventi che ispirano agli eventi che costruiscono mercato

È importante chiarire un punto: WAVE non è il problema. Al contrario, è una dimostrazione di ciò che il nostro ecosistema può realizzare.

La sua capacità di attrarre protagonisti internazionali, creare occasioni di networking e dare visibilità a Torino rappresenta un patrimonio da valorizzare. E sarebbe sbagliato contrapporre gli eventi dedicati al confronto internazionale a quelli orientati alle opportunità commerciali: un ecosistema maturo ha bisogno di entrambi.

Ma proprio questa complementarità dovrebbe diventare parte di una strategia più ampia.

Un evento può ispirare imprenditori, avvicinare investitori e alimentare il dibattito pubblico. Un altro può avere come missione principale quella di mettere le aziende tecnologiche italiane davanti ai loro potenziali clienti internazionali.

Il punto non è stabilire quale modello sia migliore. È riconoscere che rispondono a esigenze differenti.

Quando guardiamo a manifestazioni come VivaTech a Parigi o Web Summit a Lisbona, vediamo appuntamenti che hanno contribuito a rendere riconoscibili le rispettive città nel calendario tecnologico internazionale. Non hanno risolto da soli i problemi dei loro ecosistemi, ma hanno creato luoghi nei quali imprese, capitali e talenti possono incontrarsi con continuità.

L’Italia potrebbe sviluppare una propria interpretazione di questo modello, senza limitarsi a replicarlo.

Non necessariamente un evento che cerchi di diventare il più grande d’Europa. Non un’altra competizione per attrarre il maggior numero possibile di speaker internazionali. E nemmeno una manifestazione dedicata esclusivamente alle startup.

Penso piuttosto a una piattaforma capace di rappresentare l’intera offerta tecnologica italiana: dalle imprese software consolidate alle startup, dalle aziende di robotica ai protagonisti dell’AI, dalla cybersecurity alla Space Economy.

Un luogo nel quale un’impresa tedesca possa trovare un fornitore software italiano, un investitore americano possa conoscere una realtà Deep Tech e una delegazione industriale asiatica possa scoprire tecnologie che non avrebbe intercettato attraverso i canali tradizionali.

Perché la vera sfida non è soltanto attirare visitatori. È creare le condizioni affinché quelle visite diventino relazioni economiche durature.

Non abbiamo bisogno soltanto di un evento. Abbiamo bisogno di una destinazione

Da tempo sostengo che il Tech Made in Italy abbia bisogno di una propria identità internazionale. Non perché le nostre aziende debbano essere favorite in quanto italiane, ma perché meritano di essere conosciute e valutate per ciò che sono capaci di sviluppare.

È anche la visione che accompagna la costruzione di IT’S TECH – #MadeinItaly: non un evento globale genericamente dedicato all’innovazione, ma un punto d’incontro internazionale pensato per promuovere le tecnologie sviluppate dalle imprese italiane.

Tuttavia, la questione è più grande di un singolo progetto o di una singola manifestazione.

Per trasformare l’Italia in una destinazione internazionale del Tech servono continuità, collaborazione tra imprese e istituzioni, presenza di buyer qualificati, collegamenti con investitori e mercati esteri, capacità di raccontare i risultati e soprattutto una proposta riconoscibile.

Serve anche misurare il successo in modo diverso. Il numero dei partecipanti continuerà a essere importante, ma dovremmo affiancargli altre domande: quanti buyer internazionali hanno incontrato aziende italiane? Quante relazioni commerciali sono nate? Quante collaborazioni hanno superato la fase del primo contatto? Quante imprese sono entrate in nuovi mercati?

Sono risultati più difficili da ottenere e misurare rispetto alla partecipazione a una conferenza. Ma sono quelli che possono trasformare un appuntamento annuale in un’infrastruttura commerciale per l’ecosistema.

WAVE ci lascia quindi un messaggio positivo: l’Italia è capace di attirare l’attenzione del mondo tecnologico. Ora dobbiamo chiederci come trasformare questa attenzione in un vantaggio per le imprese che sviluppano tecnologia nel nostro Paese.

Perché il nostro prossimo traguardo non dovrebbe essere soltanto portare il mondo del Tech in Italia. Dovrebbe essere fare in modo che il mondo venga in Italia per il nostro Tech.

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