E se… la robotica diventasse il motore del Tech Made in Italy?
Quando discutiamo del futuro tecnologico dell’Italia, finiamo quasi sempre per guardare altrove. Alla Silicon Valley per il software e l’Intelligenza Artificiale, agli Stati Uniti e alla Cina per i grandi modelli, alla Germania quando parliamo di industria. Forse, però, continuiamo a porci la domanda sbagliata: invece di chiederci dove possiamo recuperare il terreno accumulato dagli altri, dovremmo capire quali grandi trasformazioni tecnologiche stanno convergendo verso competenze che l’Italia possiede già.
La robotica potrebbe essere una di queste. Automazione industriale, meccatronica, macchine utensili, componentistica, sensoristica e manifattura avanzata appartengono da decenni alla nostra struttura produttiva. A questo patrimonio si aggiunge una ricerca scientifica di livello internazionale. Oggi la Physical AI sta avvicinando questi mondi e potrebbe trasformare quella che consideriamo una tradizione industriale in uno dei nostri vantaggi tecnologici.
La domanda, allora, non è quanti robot utilizziamo. È quanta della tecnologia che farà funzionare la prossima generazione di robot riusciremo a progettare, sviluppare e produrre in Italia.
Generative Bionics è un segnale, non ancora una risposta
È in questa prospettiva che trovo particolarmente interessante Generative Bionics. La società nasce dall’esperienza accumulata all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, ha raccolto 70 milioni di euro e sta portando GENE.01, la propria piattaforma umanoide basata sulla Physical AI, verso applicazioni industriali concrete. Le collaborazioni avviate con Fincantieri ed Eni mettono a disposizione qualcosa che per una Tech di questo tipo può essere persino più importante del capitale: ambienti industriali nei quali capire se una tecnologia funziona davvero.
Con Fincantieri si lavora allo sviluppo di un umanoide destinato anche ad attività di saldatura nei cantieri navali; con Eni il campo comprende ispezione, teleoperazione, materiali, testing e possibili applicazioni dell’High Performance Computing. È ancora troppo presto per sapere dove porteranno questi progetti, ma il modello è interessante: ricerca, Tech e grande industria che sviluppano insieme una nuova tecnologia invece di incontrarsi soltanto quando il prodotto è già pronto.
Generative Bionics non è quindi la dimostrazione che l’Italia diventerà una potenza della robotica. È la dimostrazione che alcuni degli ingredienti necessari esistono già.
La Physical AI potrebbe cambiare la nostra posizione
Negli ultimi anni abbiamo identificato l’AI soprattutto con qualcosa che vive dentro uno schermo: chatbot, copiloti, software generativo, coding e agenti. La Physical AI porta invece l’intelligenza nel mondo reale, dentro sistemi capaci di percepire l’ambiente e agire fisicamente al suo interno.
Ed è qui che la partita diventa interessante per l’Italia. Competere con Stati Uniti e Cina sui foundation model significa partire con uno svantaggio enorme in capitale, capacità computazionale e Big Tech. Quando però l’AI deve entrare in una macchina, in una fabbrica, in un cantiere o in un impianto industriale, gli algoritmi non bastano più. Servono meccanica, elettronica, materiali, sensoristica, automazione e conoscenza dei processi produttivi.
Sono precisamente alcune delle competenze sulle quali abbiamo costruito la nostra industria. E non partiamo da un mercato marginale: secondo l’International Federation of Robotics, nel 2025 l’Italia è rimasta il secondo mercato europeo per nuove installazioni di robot industriali, dietro la Germania, con circa 7.800 unità.
La questione strategica è capire se riusciremo a trasformare questa domanda industriale in un vantaggio tecnologico.
Non dobbiamo necessariamente costruire tutto il robot
La parte più interessante potrebbe infatti trovarsi intorno al robot. Computer vision, sensori, attuatori, software di controllo, cybersecurity, digital twin, simulazione, materiali avanzati, edge computing e AI costituiscono una filiera enorme. L’opportunità per il Tech Made in Italy non consiste necessariamente nel creare decine di produttori di umanoidi, ma nel fare nascere aziende capaci di occupare segmenti ad alto valore di questa nuova catena tecnologica.
In questo scenario anche la manifattura italiana cambierebbe funzione. Fincantieri, Eni e le nostre aziende industriali non sarebbero soltanto utilizzatori finali della tecnologia, ma potrebbero diventare gli ambienti nei quali nuove soluzioni vengono testate, migliorate e portate verso la scala industriale. La fabbrica diventerebbe anche laboratorio.
Ed è forse questo il punto che tendiamo a sottovalutare quando confrontiamo continuamente l’Italia con la Silicon Valley. Quello che spesso abbiamo considerato un limite — una struttura economica fortemente manifatturiera e priva di grandi piattaforme digitali globali — potrebbe avere un valore diverso quando software e mondo fisico iniziano a convergere.
Essere utilizzatori, però, non basta
Essere il secondo mercato europeo per installazioni non significa essere il secondo produttore europeo di tecnologia robotica. Possiamo automatizzare le nostre fabbriche acquistando robot, componenti e software sviluppati altrove. Avremmo un sistema produttivo più efficiente, ma non necessariamente una nuova industria tecnologica italiana.
Il vero salto sarebbe aumentare progressivamente la quantità di proprietà intellettuale, software, componentistica e aziende italiane presenti dentro questa trasformazione. Ed è qui che ritroviamo problemi già conosciuti: trasferimento tecnologico, capitale growth, industrializzazione, talenti e capacità di trasformare un prototipo eccellente in migliaia di prodotti venduti nel mondo.
La competizione sarà durissima. Nel 2025 la Cina da sola ha rappresentato quasi il 60% delle nuove installazioni mondiali di robot industriali. Pensare che la nostra tradizione manifatturiera sia sufficiente sarebbe ingenuo. Ma ignorare le competenze che possediamo per inseguire modelli costruiti altrove potrebbe esserlo altrettanto.
Forse non dobbiamo diventare la Silicon Valley
Per anni abbiamo discusso di come creare la Silicon Valley europea. Forse non abbiamo bisogno di replicarla. Dovremmo invece individuare quei cambiamenti tecnologici nei quali la nuova economia incontra meglio ciò che sappiamo già fare.
La robotica mette insieme AI e manifattura, software e meccanica, Deep Tech e industria, ricerca e capacità produttiva. Non ci chiede di cancellare la nostra storia industriale per diventare qualcos’altro: ci offre la possibilità di utilizzarla come base per costruire qualcosa di nuovo.
Generative Bionics è un segnale. I numeri della robotica italiana sono un altro. Nessuno dei due garantisce il risultato. Ma entrambi rendono la domanda legittima.
Forse non dobbiamo scegliere tra essere un Paese manifatturiero e diventare un Paese tecnologico. Potremmo diventare più tecnologici proprio grazie alla nostra manifattura.