Sibylla Biotech: la startup italiana che vuole sconfiggere i tumori intercettando le proteine mentre si formano
Sibylla Biotech: la startup italiana che vuole sconfiggere i tumori intercettando le proteine mentre si formano, nata dalla collaborazione tra INFN, Università di Trento e Perugia, la biotech veronese ha sviluppato una piattaforma unica al mondo che apre la strada a farmaci contro tumori oggi considerati incurabili
Esistono tumori che purtroppo la medicina moderna non riesce ancora a trattare efficacemente, non per mancanza di impegno nella ricerca, ma per un motivo tecnico preciso che riguarda le proteine.
Quest’ultime alimentano questi tumori ma sono strutturalmente inaccessibili agli strumenti farmacologici disponibili oggi.
Sibylla Biotech ha trovato un modo per aggirare questo ostacolo, intercettando quelle proteine in un momento preciso della loro esistenza in cui sono vulnerabili, e cioè mentre si stanno ancora formando.
Questa realtà è nata nel 2017 come spin-off di una collaborazione scientifica tra l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Università di Trento e l’Università degli Studi di Perugia, sviluppando una piattaforma proprietaria che rappresenta un approccio completamente originale nel panorama della ricerca oncologica globale.
Grazie a un round Series A da ventitré milioni di euro completato nel 2022, e anche per merito di una collaborazione strategica avviata nel 2025 con il MD Anderson Cancer Center di Houston, uno dei centri oncologici più importanti mondo, Sibylla Biotech si è affermata come uno dei progetti biotech italiani più ambiziosi degli ultimi anni, nonché scientificamente solido.
Il problema che Sibylla vuole risolvere: le proteine “non trattabili”
Per comprendere la portata di quello che Sibylla Biotech sta costruendo bisogna comprendere un concetto che in oncologia viene considerato come un grosso problema e che ha a che fare con le cosiddette proteine “undruggable”, ovvero quelle su cui i farmaci convenzionali non riescono ad agire.
Molti dei tumori più aggressivi e letali sono alimentati da proteine che, nella loro forma finale e stabile, non presentano siti di legame accessibili alle molecole farmacologiche tradizionali, rendendo impossibile l’approccio che ha funzionato per decenni nella terapia oncologica.
I tumori al pancreas, colon retto, polmone e seno sono tra quelli in cui queste proteine giocano un ruolo centrale: inoltre risultano anche quelli in cui i progressi terapeutici degli ultimi anni sono stati più lenti rispetto ad altre forme di cancro.
La soluzione che Sibylla ha identificato parte da una domanda diversa: invece di cercare di colpire la proteina nella sua forma finale, dove è inaccessibile, perché non colpirla durante il processo di formazione, quando assume conformazioni intermedie che espongono siti di legame altrimenti nascosti?
La piattaforma PPI-FIT: intercettare le proteine mentre si ripiegano
La risposta tecnica alla domanda si chiama PPI-FIT, acronimo di Pharmacological Protein Inactivation by Folding Intermediate Targeting. Ci riferiamo nello specifico a una piattaforma sviluppata interamente dai ricercatori di Sibylla che rappresenta qualcosa di originale e mai visto nell’ambito della farmacologia globale.
Il meccanismo si basa su un principio particolare e raffinato nella sua logica e cioè il fatto che ogni proteina, prima di assumere la propria forma finale tridimensionale stabile, attraversa una serie di stadi intermedi durante il processo di ripiegamento, definito “folding”, nel quale la sua struttura è ancora incompleta e presenta configurazioni transitorie che scompaiono nella conformazione definitiva.
Questa piattaforma si avvale di supercalcolatori che si caratterizzano per avere notevoli capacità di elaborazione quando si tratta di mappare e simulare questi stadi intermedi, grazie a una precisione che sarebbe impossibile trovare in tecnologie convenzionali.
Essa riesce a identificare i siti di legame che compaiono temporaneamente durante il folding, e che possono essere utilizzati come bersagli farmacologici.
Una volta identificati questi siti, Sibylla progetta molecole specifiche capaci di legarsi a quegli stadi intermedi, interferendo con il completamento del processo di ripiegamento, portando al contempo la proteina alla degradazione prima che possa raggiungere la sua forma finale attiva.
Il risultato pratico è la possibilità di sviluppare farmaci contro proteine che fino ad oggi erano considerate semplicemente non aggredibili, aprendo una nuova categoria di bersagli terapeutici con implicazioni potenzialmente enormi per il trattamento di tumori che oggi offrono prospettive molto limitate.
La collaborazione con MD Anderson: quando la ricerca italiana entra nell’élite mondiale dell’oncologia
Tra le tappe più significative nella storia di Sibylla Biotech c’è sicuramente quella del 2025, quando la startup veronese ha avviato una collaborazione strategica con il MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas, stabilmente classificato tra i primi due o tre centri oncologici al mondo per qualità della ricerca e dei trattamenti.
La tecnologia PPI-FIT di Sibylla verrà applicata all’interno di questa collaborazione, nell’ottica di sviluppare e identificare nuove molecole capaci di indurre la degradazione di proteine oncogeniche considerate non trattabili con gli approcci attuali, grazie soprattutto a un focus specifico su bersagli che compaiono in alcune delle forme tumorali più difficili da combattere.
La decisione del MD Anderson di collaborare con una startup italiana fondata da ricercatori del sistema universitario pubblico è un segnale che non va sottovalutato in quanto fa capire che PPI-FIT ha superato il vaglio di una delle comunità scientifiche più rigorose e selettive che esistano nel campo dell’oncologia.
Inoltre vuol dire che il potenziale della piattaforma viene riconosciuto a livello internazionale come qualcosa di genuinamente originale.
Per il Tech Made in Italy, questa collaborazione vale quanto un round multimilionario semplicemente perché certifica che l’eccellenza italiana nella ricerca biotech non è autoreferenziale, ma trova riconoscimento nei luoghi dove quella ricerca viene valutata con i criteri più severi al mondo.
Le origini: fisica nucleare, biologia molecolare e un’intuizione interdisciplinare
La storia di Sibylla Biotech è anche una storia di contaminazione disciplinare, che riguarda quella capacità tutta italiana di mettere insieme competenze apparentemente lontane per produrre innovazioni che nessuno aveva immaginato.
La collaborazione fondativa tra l’INFN, istituto che studia le particelle subatomiche — e i biologi molecolari delle Università di Trento e Perugia sembra a prima vista improbabile, eppure è esattamente da quell’incontro che è nata l’intuizione alla base di PPI-FIT.
La fisica computazionale e la capacità di modellizzare sistemi complessi attraverso simulazioni al calcolatore, sviluppate dall’INFN per studiare le particelle elementari, si sono rivelate perfettamente adatte a simulare il comportamento delle proteine durante il folding.
Si tratta nello specifico di sistemi dinamici e complessi che richiedono enormi capacità di calcolo per essere compresi in modo sufficientemente dettagliato da informare la progettazione di farmaci.
Dalla Fondazione Hub Innovazione Trentino e dal programma Bootstrap — oggi confluito nel sistema Trentino Startup Valley — è arrivato il supporto istituzionale nei primissimi anni, quando il progetto era ancora un’idea scientifica alla ricerca di una forma imprenditoriale.
Quella forma è arrivata insieme a una traiettoria che in pochi anni ha portato Sibylla Biotech da un laboratorio universitario a un tavolo con i migliori oncologi del mondo.
Il round da 23 milioni e il consorzio internazionale di investitori
La chiusura del round Series A da 23 milioni di euro nel 2022 ha rappresentato il momento in cui la comunità finanziaria internazionale specializzata nelle scienze della vita ha formalmente riconosciuto il valore della piattaforma di Sibylla.
V-Bio Ventures del Belgio ha guidato l’operazione, affiancato da un consorzio internazionale che comprende Indaco Venture Partners e CDP Venture Capital per la componente italiana, Seroba Life Sciences dall’Irlanda, 3B Future Health Fund dal Lussemburgo, VI Partners dalla Svizzera, Claris Ventures e Vertis SGR:inoltre quest’ultima è già presente come seed investor nelle fasi più embrionali del progetto.
La composizione geografica del sindacato racconta qualcosa di importante e cioè che Sibylla Biotech ha convinto investitori specializzati da cinque Paesi diversi, tutti con un profondo expertise nelle scienze della vita, che la piattaforma PPI-FIT meritasse un investimento significativo.
Lidia Pieri, cofondatrice e amministratrice delegata di Sibylla Biotech, ha descritto il valore dell’operazione non solo in termini di capitale ma di competenze: il gruppo di investitori riunito attorno alla società porta con sé decenni di esperienza nel portare candidati farmacologici dall’idea al mercato, percorso lungo e complesso che richiede molto più che risorse finanziarie.
Quali sono nello specifico i tumori nel mirino
La ricerca di Sibylla Biotech ha un focus oncologico molto preciso, che si concentra su alcune delle forme tumorali più difficili da trattare con le terapie attualmente disponibili.
Il cancro al pancreas, che purtroppo ha tassi di sopravvivenza a cinque anni ancora drammaticamente bassi, è uno dei principali obiettivi della pipeline terapeutica, in quanto molte delle proteine che guidano la progressione di questo tumore appartengono alla categoria di quelle “non trattabili” con approcci convenzionali.
A questo si aggiungono il cancro al colon retto, ai polmoni e al seno: ci riferiamo nello specifico a forme tumorali che insieme rappresentano una quota molto significativa dei decessi oncologici globali ogni anno, e in cui la disponibilità di nuove classi di farmaci potrebbe cambiare radicalmente le prospettive terapeutiche per milioni di pazienti.
Accanto allo sviluppo della propria pipeline interna, Sibylla ha costruito anche un modello di collaborazione con le grandi case farmaceutiche, le quali utilizzano la piattaforma PPI-FIT per identificare candidati farmacologici su proteine di loro interesse, e con almeno una delle top 10 farmaceutiche mondiali già tra i clienti della startup.
Lidia Pieri e il ruolo di Sibylla nell’ecosistema italiano del trasferimento tecnologico
La storia di Sibylla Biotech non si esaurisce nella ricerca e nei round di investimento, ma si estende a un ruolo più ampio nell’ecosistema italiano dell’innovazione scientifica.
Lidia Pieri, co-fondatrice e CEO, siede nel board di Italian Tech Alliance e in questa veste ha contribuito al lancio della Tech Transfer Academy, programma formativo strutturato in sei moduli pratici che ha come obiettivo quello di colmare il divario tra laboratorio e mercato, donando ai ricercatori italiani gli strumenti per trasformare le proprie scoperte in imprese scalabili.
La sua visione sul trasferimento tecnologico è lucida e diretta: l’innovazione funziona come un ingranaggio con ruote dentate in cui domanda, ricerca, capitale ed esecuzione devono muoversi in sincronia, e troppo spesso in Italia ci si inceppa proprio nel passaggio di consegne tra chi scopre e chi porta sul mercato.
Guardando ai dati del 2025 citati dalla stessa Pieri, l’ecosistema italiano del venture capital ha registrato 436 round con 1,73 miliardi di euro investiti. Sono numeri in crescita ma ancora lontani dal potenziale esprimibile dalla qualità della ricerca scientifica nazionale, che produce brevetti e pubblicazioni di livello internazionale senza riuscire sempre a trasformarli in impatto industriale strutturato.
Sibylla Biotech è uno degli esempi più convincenti di come si possa fare diversamente partendo dalla scienza, costruendo una piattaforma tecnologica proprietaria, attraendo capitali internazionali, aprendo collaborazioni con i migliori centri oncologici al mondo, ma soprattutto mantenendo radici profonde nel sistema universitario e di ricerca pubblica italiana.
Perché questa storia appartiene al racconto del Tech Made in Italy
Sibylla Biotech racconta una versione del Tech Made in Italy che raramente emerge nel dibattito pubblico: quella della ricerca scientifica pubblica italiana che diventa innovazione industriale capace di competere ai massimi livelli globali.
La fisica nucleare dell’INFN, la biologia molecolare delle università di Trento e Perugia e la capacità imprenditoriale di un team che ha saputo trasformare una scoperta in un’azienda: questi sono gli ingredienti di una storia che dimostra come il sistema della ricerca italiano, quando riesce a connettersi con il mercato in modo strutturato, possa produrre innovazioni di valore mondiale.
La collaborazione con il MD Anderson Cancer Center e il round internazionale guidato da investitori belgi, irlandesi, lussemburghesi e svizzeri confermano che quella connessione con il mercato globale è già avvenuta, e che la piattaforma PPI-FIT viene riconosciuta fuori dai confini italiani come qualcosa di genuinamente originale e potenzialmente trasformativo.
In un campo come l’oncologia, dove la posta in gioco non è il fatturato ma la vita delle persone, il contributo del Tech Made in Italy merita di essere raccontato con la stessa chiarezza con cui si raccontano i successi commerciali.