Il nuovo nucleare può diventare una nuova industria Tech Made in Italy?
Per quasi quarant’anni, quando in Italia abbiamo parlato di nucleare, abbiamo parlato soprattutto di energia. Di centrali chiuse, referendum, scorie, sicurezza, costi e, inevitabilmente, politica. Oggi il tema è tornato nell’agenda nazionale, ma c’è un aspetto che rischia di rimanere in secondo piano: il nucleare di cui si discute per i prossimi decenni non è soltanto una possibile fonte energetica. È anche una nuova filiera tecnologica e industriale.
Ed è forse da qui che dovremmo iniziare a guardarlo.
Perché mentre il dibattito pubblico continua comprensibilmente a concentrarsi sull’opportunità o meno di riportare la produzione elettronucleare in Italia, alcune aziende e centri di ricerca italiani stanno già lavorando sulle tecnologie che potrebbero caratterizzare la prossima generazione del settore.
La domanda, allora, diventa più interessante per chi osserva il Tech Made in Italy: se in Europa nascerà davvero una nuova industria del nucleare avanzato, quanta di quella tecnologia saremo capaci di svilupparla e produrla in Italia?
Non stiamo parlando delle centrali del Novecento
Il punto di partenza è comprendere che il panorama tecnologico sta cambiando.
Come ricostruisce la Gazzetta dello Sport nel suo approfondimento del 21 settembre, l’attenzione italiana è rivolta soprattutto agli SMR, Small Modular Reactors, reattori modulari di dimensioni inferiori rispetto alle grandi centrali convenzionali. L’idea industriale è produrre una parte significativa dei componenti in fabbrica, secondo processi maggiormente standardizzati, per poi assemblarli nel sito di destinazione.
A questi si affianca la ricerca sui reattori di quarta generazione, ancora meno maturi, nei quali entrano in gioco tecnologie differenti anche per refrigeranti e combustibili.
Ma qui è necessario fermarsi un momento, perché sul nuovo nucleare si rischia facilmente di confondere potenziale tecnologico e maturità industriale.
Gli SMR vengono spesso presentati come una delle possibili risposte ai problemi di costo e complessità delle grandi centrali, ma in Europa non sono ancora una tecnologia dispiegata commercialmente su larga scala. Restano da verificare nella pratica industriale costi, tempi di realizzazione, economie della produzione seriale e modelli regolatori. Lo stesso approfondimento della Gazzetta sottolinea queste incertezze e indica che, nello scenario italiano oggi discusso, un primo impianto non sarebbe comunque previsto prima del 2034-2035.
Quindi non siamo davanti a una tecnologia pronta per essere semplicemente acquistata e installata.
Siamo davanti a una possibile industria ancora in costruzione.
Ed è proprio questo che rende il momento interessante.
L’Italia è già dentro questa partita
Uno degli esempi più significativi arriva da EAGLES-300, progetto di Small Modular Reactor veloce raffreddato a piombo guidato da Ansaldo Nucleare insieme a ENEA, RATEN e SCK CEN.
Nel gennaio 2026 il progetto è stato confermato tra le otto iniziative selezionate dalla European Industrial Alliance on SMRs considerate tra le più promettenti per favorire lo sviluppo degli SMR di nuova generazione in Europa.
È un dettaglio importante.
Perché significa che l’Italia non sta necessariamente entrando nel nuovo nucleare soltanto dalla porta del potenziale acquirente di tecnologia straniera. Una parte delle competenze necessarie per partecipare allo sviluppo delle prossime generazioni di reattori esiste già nel nostro sistema industriale e scientifico.
Ansaldo Nucleare continua inoltre a operare su progetti nucleari internazionali: nel 2026 ha completato interventi di ammodernamento nella centrale slovena di Krško e attività per ITER, il grande progetto internazionale sulla fusione.
Il punto, quindi, non è ricostruire da zero una competenza scomparsa.
È capire quanto possiamo allargarla.
La vera opportunità potrebbe essere nella filiera
Un segnale particolarmente interessante è arrivato il 27 luglio scorso, quando Ansaldo Energia e RINA hanno annunciato un accordo finalizzato proprio allo sviluppo della filiera nucleare italiana.
L’aspetto che considero più significativo è il destinatario dell’iniziativa.
L’accordo non guarda soltanto alle aziende già presenti nel settore nucleare, ma anche alle imprese che oggi operano in altri comparti e possiedono competenze industriali trasferibili. L’obiettivo dichiarato è accompagnarle nei processi di valutazione, adeguamento, certificazione e qualificazione necessari per accedere al mercato nucleare internazionale.
È qui che il tema diventa molto più vicino alla struttura industriale italiana.
Perché una filiera nucleare avanzata non significa soltanto costruire il reattore.
Significa componentistica di precisione, materiali avanzati, sistemi di controllo, automazione, sensoristica, software industriale, cybersecurity, manutenzione, simulazione, digital twin, gestione dei dati, robotica e sistemi per operare in ambienti complessi.
Molte di queste competenze appartengono già al tessuto industriale italiano.
La questione strategica diventa quindi capire se saremo capaci di trasformare competenze oggi distribuite tra settori differenti in una supply chain tecnologica certificata capace di vendere nel mercato nucleare europeo e internazionale.
Dal laboratorio al capitale
C’è poi un secondo movimento che merita attenzione.
A luglio ENEA ed Exergon Ventures hanno sottoscritto un accordo quinquennale per collegare ricerca scientifica e investimenti tecnologici nel nucleare avanzato e nelle tecnologie per la transizione energetica.
L’intesa riguarda in particolare gli SMR basati su Light Water Reactor e gli AMR, Advanced Modular Reactors di quarta generazione, e prevede attività di scouting scientifico e tecnologico con l’obiettivo di favorire il trasferimento dell’innovazione dalla ricerca allo sviluppo industriale.
Questo passaggio è forse ancora più interessante nella prospettiva del nostro Magazine.
Perché introduce nel nucleare un elemento che conosciamo bene osservando AI, cybersecurity, robotica e Deep Tech: il Venture Capital.
Storicamente il nucleare è stato dominio di grandi gruppi industriali, utilities, governi e grandi programmi pubblici di ricerca. Se le nuove tecnologie modulari riuscissero ad abbassare almeno alcune delle barriere industriali all’ingresso, intorno ai grandi progetti potrebbero svilupparsi aziende specializzate in componenti, software, materiali, sensoristica e tecnologie di supporto.
Non necessariamente startup che costruiscono un reattore completo.
Potrebbero essere Tech che risolvono uno dei cento problemi necessari per farlo funzionare meglio.
Ed è spesso così che nasce una nuova filiera tecnologica.
Il nucleare non sostituisce automaticamente le rinnovabili
C’è però un errore che eviterei: trasformare tutto questo nella contrapposizione semplicistica tra nucleare e rinnovabili.
Nel 2025 il sistema elettrico italiano ha registrato una domanda di 311,3 TWh. La produzione nazionale ne ha soddisfatto l’84,9%, mentre il restante 15,1% è arrivato dal saldo degli scambi con l’estero. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda.
Gli scenari citati dalla Gazzetta ipotizzano fino a 8 GW di potenza da reattori modulari al 2050, equivalenti a circa l’11% della domanda nazionale. Ma gli stessi scenari evidenziano costi iniziali elevati, tempi lunghi, gestione dei rifiuti radioattivi, complessità regolatoria e l’incertezza legata alla maturità industriale degli SMR.
Dall’altra parte, solare ed eolico presentano caratteristiche economiche e tempi di implementazione differenti, insieme al problema dell’intermittenza e quindi alla necessità di reti, accumuli e flessibilità.
Il futuro sistema energetico sarà probabilmente molto più complesso della ricerca di una singola tecnologia vincente.
E proprio per questo la questione industriale può essere separata, almeno in parte, da quella ideologica: anche senza sapere oggi quale quota del mix energetico italiano sarà nucleare nel 2040 o nel 2050, possiamo chiederci se l’industria italiana debba partecipare alla costruzione delle tecnologie che altri Paesi utilizzeranno.
L’energia dell’AI sta cambiando anche questa discussione
C’è infine un elemento nuovo rispetto al dibattito sul nucleare di dieci o vent’anni fa: la tecnologia stessa sta diventando un gigantesco consumatore di energia.
Data center, cloud computing e soprattutto infrastrutture dedicate all’Intelligenza Artificiale stanno rendendo la disponibilità di energia continua, abbondante e competitiva una componente sempre più importante della competizione tecnologica globale.
Questo non dimostra, da solo, che il nucleare sia la risposta. Ma modifica il contesto nel quale la domanda viene posta.
L’energia non è più soltanto un costo industriale. Sta diventando parte dell’infrastruttura necessaria per produrre tecnologia.
Per un Paese che vuole far crescere AI, robotica, semiconduttori, manifattura avanzata e data center, il tema della disponibilità energetica finirà quindi inevitabilmente per incrociarsi con quello della competitività tecnologica.
Dal Made in Italy al Nuclear Tech Made in Italy?
Per questo trovo riduttivo osservare il ritorno del nucleare italiano esclusivamente attraverso la domanda: costruiremo nuovamente delle centrali?
C’è una domanda precedente.
Saremo capaci di costruire la tecnologia?
Se il nuovo nucleare europeo dovesse effettivamente svilupparsi, intorno agli SMR e agli AMR nasceranno filiere, standard, brevetti, software, componenti, servizi di ingegneria, sistemi di sicurezza e aziende specializzate.
La competizione industriale comincia molto prima dell’accensione del primo reattore.
Ed è esattamente in questa fase che l’Italia dovrebbe decidere quale ruolo vuole avere.
Possiamo aspettare che il mercato maturi e, tra dieci anni, acquistare tecnologie sviluppate altrove.
Oppure possiamo utilizzare le competenze che già possediamo in ingegneria, manifattura avanzata, automazione, software, robotica e ricerca scientifica per provare a conquistare una parte di quella catena del valore.
Non sappiamo ancora quanto grande diventerà questo mercato. Non sappiamo quali tecnologie prevarranno. E non sappiamo se gli SMR manterranno tutte le promesse che oggi vengono loro attribuite.
Ma proprio perché la partita tecnologica non è ancora chiusa, esserci adesso potrebbe contare molto più che arrivare quando tutte le risposte saranno già state date.