E se riportassimo i nostri talenti Tech in Italia?

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E se riportassimo tutto il nostro talento in italia, potremmo diventare una potenza tech?

Ci sono storie che meritano di essere raccontate per il loro finale.

E poi ce ne sono altre che meritano di essere raccontate per la domanda che lasciano aperta.

Quando ho letto la storia di Augusto Marietti e Marco Palladino, fondatori di Kong, non ho pensato all’ennesima startup italiana diventata un unicorno da 2 miliardi di dollari.

Ho pensato a qualcosa di molto più semplice.

Che quella storia sarebbe potuta iniziare e finire in Italia.

E invece il finale è stato scritto dall’altra parte dell’oceano.

Non perché mancassero il talento, le competenze o la visione.

Ma perché, probabilmente, mancava il posto giusto in cui trasformare quell’idea in un’impresa globale.

Ed è proprio qui che nasce la domanda di questo editoriale.

E se riuscissimo a riportare tutto il talento in Italia? Potremmo diventare una vera potenza Tech?

Il talento italiano non ha mai avuto bisogno di dimostrare il proprio valore

Per troppo tempo ci siamo raccontati una storia sbagliata.

Abbiamo pensato che il nostro problema fosse la mancanza di innovazione.

Che non fossimo capaci di creare grandi aziende tecnologiche.

Che fossimo destinati a guardare quello che accadeva nella Silicon Valley, a Londra o a Berlino con un misto di ammirazione e rassegnazione.

Eppure i fatti raccontano altro.

Ogni anno l’Italia forma ingegneri, sviluppatori, ricercatori e imprenditori che trovano spazio nei migliori ecosistemi del mondo.

Le nostre università continuano a produrre competenze di altissimo livello.

Le nostre aziende formano professionisti richiesti ovunque.

I nostri imprenditori costruiscono imprese capaci di competere sui mercati internazionali.

Forse, quindi, il problema non è mai stato il talento.

Forse il problema è ciò che succede dopo.

Il momento in cui decidiamo se credere oppure no nelle idee

Ogni startup attraversa un momento decisivo.

Quel momento in cui un’idea ha bisogno di qualcuno disposto a scommetterci.

Servono investitori.

Servono capitali.

Servono competenze.

Ma soprattutto serve fiducia.

È proprio in quella fase che molti imprenditori italiani iniziano a guardarsi intorno.

Non cercano un Paese diverso.

Cercano un ecosistema diverso.

Un luogo dove una buona idea venga valutata per quello che può diventare, non soltanto per quello che è oggi.

Dove il rischio sia considerato parte del percorso imprenditoriale e non un difetto da evitare.

È così che molte aziende nate in Italia iniziano il proprio viaggio altrove.

Non perché vogliano andarsene.

Ma perché trovano altrove ciò che ancora non riescono a trovare qui.

Partire non è il problema. Dover partire, sì.

Viviamo in un mondo globale.

È normale che un imprenditore faccia esperienze internazionali, raccolga capitali all’estero, apra uffici in altri continenti e costruisca relazioni con gli ecosistemi più avanzati.

Anzi, tutto questo rappresenta una ricchezza.

Il problema nasce quando partire smette di essere una scelta strategica e diventa l’unica possibilità per crescere.

Quando un giovane fondatore sente che, per costruire un’azienda globale, deve necessariamente cambiare Paese.

Perché significa che non stiamo perdendo soltanto un imprenditore.

Stiamo perdendo il valore che quell’impresa avrebbe potuto generare intorno a sé.

Nuovi posti di lavoro.

Nuove competenze.

Nuovi investimenti.

Nuove aziende.

Ogni unicorno non crea soltanto ricchezza.

Costruisce un ecosistema.

L’Italia oggi ha un’occasione che non aveva dieci anni fa

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Le startup italiane raccolgono più capitali.

Sono nati nuovi fondi di investimento.

L’Intelligenza Artificiale, il software enterprise, la cybersecurity e il deep tech stanno attirando l’attenzione di investitori internazionali.

Anche il racconto del Tech Made in Italy sta cambiando.

Oggi non dobbiamo più convincere il mondo che in Italia esista innovazione.

Dobbiamo dimostrare che qui può crescere.

Che un’impresa può nascere, raccogliere capitali, assumere persone, diventare globale e continuare ad avere il proprio cuore in Italia.

È questa la sfida dei prossimi anni.

Ed è una sfida che riguarda tutti.

Istituzioni.

Università.

Investitori.

Imprese.

Media.

Perché un ecosistema non si costruisce con una singola legge.

Si costruisce con una cultura condivisa.

La vera domanda riguarda il nostro futuro

La storia di Augusto Marietti e Marco Palladino è una straordinaria storia italiana.

Ma è anche uno specchio.

Ci obbliga a guardarci dentro.

A chiederci quante altre idee stiano vivendo oggi lo stesso percorso.

Quanti imprenditori stiano facendo le valigie non perché vogliono lasciare l’Italia, ma perché vogliono dare una possibilità ai propri sogni.

Forse continuiamo a porci la domanda sbagliata.

Ci chiediamo quanti italiani abbiano avuto successo all’estero.

La domanda che dovremmo iniziare a farci è un’altra.

Quanti unicorni potrebbero nascere e restare in Italia, se costruissimo davvero il miglior Paese europeo dove fare impresa tecnologica?

Perché il talento lo abbiamo sempre avuto.

Adesso è arrivato il momento di costruire un ecosistema all’altezza delle sue ambizioni.

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