Nata nei laboratori del Politecnico di Torino, ORiS ha chiuso un pre-seed da 5 milioni di euro per sviluppare un sistema di trasmissione energetica wireless via laser destinato allo spazio e alle applicazioni dual-use. Una tecnologia profonda che ridisegna il concetto stesso di autonomia energetica per droni e satelliti.
Il problema che nessuno aveva ancora risolto davvero
Chiunque lavori con droni operativi o sistemi satellitari conosce bene il vincolo più frustrante del settore: l’energia. I satelliti si spengono quando entrano nella zona d’ombra della Terra, perdendo l’accesso ai pannelli solari per periodi che possono durare ore.
I droni commerciali e militari hanno autonomie che raramente superano i trenta minuti di volo continuativo, con tutto ciò che questo comporta in termini di operatività, copertura e costo delle missioni.
La soluzione tradizionale è sempre stata la stessa: più batterie, più stazioni di ricarica, più interruzioni. ORiS ha scelto una strada diversa, partendo da una domanda che pochissimi si erano posti in modo sistematico: cosa succederebbe se l’energia si potesse trasmettere via laser, senza cavi, senza contatto fisico, anche a distanze che toccano l’orbita terrestre?
Il laser come infrastruttura energetica
La tecnologia sviluppata da ORiS si basa sulla trasmissione di potenza tramite raggio laser, principio noto nella fisica, ma mai portato a scala industriale per applicazioni aerospaziali.
Il sistema converte l’energia elettrica in un fascio laser ad alta precisione: inoltre lo indirizza verso il ricevitore installato sul veicolo da alimentare, e lo ritrasforma in corrente tramite celle fotovoltaiche calibrate su quella specifica lunghezza d’onda.
Sul piano concreto, questo apre scenari che cambiano le regole operative: un drone può rimanere in volo senza atterrare per ricaricarsi, con un’autonomia che dipende dalla disponibilità del sistema di puntamento e non più dalla capienza della batteria.
Per i satelliti in eclissi, quando i pannelli solari non ricevono luce, la tecnologia laser permette di ricevere energia da una sorgente esterna, allungando la durata operativa della missione. La visione di lungo periodo di ORiS va ancora oltre: costruire un’infrastruttura di approvvigionamento energetico sopra l’atmosfera, dove stazioni laser alimentano veicoli in transito come accade nelle reti di distribuzione terrestri.
Quattro ingegneri, un Politecnico, una missione spaziale nel 2027
Dietro ORiS ci sono quattro ingegneri formatisi al Politecnico di Torino: Andrea Villa (CEO), Anna Mauro (CTO), Domenico Edoardo Sfasciamuro (CCO) e Francesco Lopez (COO).
La scelta di Torino non è casuale nel senso che il capoluogo piemontese è da decenni uno dei centri più attivi dell’industria aerospaziale italiana, con una filiera che va da Leonardo a decine di PMI e realtà deeptech.
La startup ha già dimostrato la tecnologia su un drone in hovering, raggiungendo trasferimenti di potenza su distanze superiori ai 100 metri grazie alla propria piattaforma Loona.
Sul fronte spaziale, sono in corso studi di fattibilità con Thales Alenia Space per applicazioni su rover lunari, mentre la prima missione orbitale è fissata nel calendario del 2027 con Dcubed, con l’obiettivo di validare nello spazio la trasmissione wireless a 10 metri di distanza.
Per una startup così giovane, si tratta di una roadmap tecnica già operativa e non solo dichiarata.
5 milioni raccolti: chi ha scommesso su ORiS e perché
Quattro milioni e mezzo di euro in capitali privati sono confluiti in ORiS attraverso un round pre-seed orchestrato da Earlybird nella posizione di lead investor, affiancato da Pitchdrive come co-lead.
Entrambi i fondi operano attivamente nel deeptech europeo e portano con sé, oltre al capitale, una rete di connessioni industriali strategiche per una startup che deve ancora conquistare i propri primi clienti istituzionali.
Tra i co-investitori figura Galaxia, il polo di trasferimento tecnologico che fa capo a CDP Venture Capital, la cui presenza indica che la tecnologia ha superato una valutazione di maturità industriale secondo parametri istituzionali.
Nella compagine troviamo anche Vento, il veicolo di venture capital legato a Exor e alla famiglia Agnelli, e il Fondo Piemonte Next, strumento pubblico-privato per le eccellenze tech del territorio piemontese.
Il fatto che Exor decida di prendere posizione in un pre-seed deep tech torinese dice qualcosa di preciso e cioè che non siamo di fronte questa non è speculazione, ma una scommessa strategica su una tecnologia con applicazioni dirette nei settori in cui il gruppo è già presente, dall’ automotive alla mobilità avanzata.
A chiudere il quadro, la Regione Piemonte ha erogato 500.000 euro in contributi pubblici, portando il totale complessivo raccolto a quota cinque milioni.
La strategia dual-use che abbassa il rischio
Una delle scelte più intelligenti nella costruzione di ORiS riguarda la sequenza di sviluppo, nel senso che anziché puntare direttamente allo spazio, con i costi e i tempi di certificazione che questo comporta, la startup sta validando la tecnologia core attraverso applicazioni terrestri sui droni.
La piattaforma Loona serve esattamente a questo, e cioè a dimostrare che il sistema funziona in condizioni reali, accumulare dati operativi, ottimizzare l’efficienza del trasferimento energetico e costruire un track record prima di affrontare l’ambiente ben più ostile dell’orbita.
Questa logica dual-use genera potenziali ricavi nel breve termine, dal mercato drone, mentre la tecnologia matura verso il mercato spaziale nel medio-lungo periodo. Per gli investitori rappresenta una struttura di rischio molto più gestibile rispetto alle pure space deep tech company che bruciano capitali per anni senza un cliente pagante.
Qual è il collegamento con il Made in Italy Tech
ORiS è l’ennesima dimostrazione che l’Italia produce ricerca scientifica di livello internazionale e che, quando le condizioni ci sono, quella ricerca riesce a diventare impresa scalabile, che comprende 4 ingegneri usciti da uno dei migliori politecnici d’Europa, una tecnologia con applicazioni concrete in due mercati in crescita accelerata, un round con investitori internazionali, nonché una data di missione spaziale già segnata nel calendario.
Quello che spesso manca nel racconto dell’ecosistema tech italiano è proprio questo tipo di storia che appunto non ha a che fare con una app o una piattaforma di servizi, visto che si tratta di una startup deeptech che lavora su fisica reale, e soprattutto che costruisce hardware pensato per sopravvivere a centinaia di chilometri di distanza dalla Terra.
ORiS dimostra che questo tipo di impresa in Italia si può fare, e che quando si fa con metodo e con le persone giuste, il mondo arriva ad ascoltarla.