Robotica e Deep Tech, il Tech Made in Italy che innova, dove pochi guardano

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foto: Pal Robotics

Robotica e deep tech, il Tech Made in Italy che innova dove pochi guardano: dall’Istituto Italiano di Tecnologia alle startup universitarie, ecco dove si costruisce davvero il futuro industriale italiano

 

C’è un’Italia che innova in silenzio. Non nei titoli dei giornali generalisti, non nelle classifiche dei trend virali. Ma nei laboratori universitari, nelle officine della manifattura avanzata, nei centri di ricerca che trasformano scoperte scientifiche in prodotti industriali concreti.

È l’Italia della robotica e del deep tech. Un sistema che esiste, che produce risultati misurabili, che attira capitali internazionali, ma che ancora non riceve tutta l’attenzione che merita.

Raccontarla non è solo un dovere editoriale. È una scelta strategica.

La robotica italiana sorprende il mondo: secondo mercato in Europa, quinto a livello globale

Partiamo dai dati, perché sono quelli che spostano il punto di vista.

Secondo il World Robotics Report 2025 della International Federation of Robotics (IFR), l’Italia occupa il secondo posto in Europa e il quinto nel mondo per installazioni robotiche industriali.

Nel solo 2024, le nuove unità messe in funzione hanno raggiunto quota 8.783.

Un risultato che, letto isolatamente, potrebbe sembrare freddo. Ma acquista tutto un altro significato se si considera il contesto in cui si colloca.

Il settore ha attraversato due anni difficili, con contrazioni degli ordini rispettivamente del 23% nel 2023 e del 24% nel 2024.

Poi, nel 2025, qualcosa è cambiato.

Il rapporto congiunto UCIMU-SIRI ha registrato una ripresa degli ordini del +2,9% e un balzo del +72,5% sul mercato interno nel solo primo trimestre.

Non è un semplice recupero tecnico. È l’apertura di un nuovo ciclo, e l’industria italiana si trova in prima fila.

La composizione delle installazioni racconta una trasformazione altrettanto significativa.

L’automotive consolida 2.600 nuove unità, la metalmeccanica guida con 5.600 installazioni in crescita del 6%, ma sono i comparti più avanzati a dare la direzione vera.

I sistemi di visione per il controllo qualità crescono del +15% grazie all’integrazione con l’intelligenza artificiale, mentre l’assemblaggio avanza del +9%, in linea con la media europea.

Deep tech: per la prima volta in Italia è il settore che raccoglie più capitali

Accanto alla robotica industriale, c’è un’altra storia che merita la stessa attenzione.

I dati dell’EY Venture Capital Barometer 2026 certificano un cambio di fase nell’ecosistema italiano degli investimenti.

Il comparto deep tech ha superato tutti gli altri per raccolta di capitali, con 413 milioni di euro, lasciandosi alle spalle settori storicamente dominanti come Healthcare e Software & Digital Services.

È un segnale che va oltre la cifra in sé.

Significa che gli investitori stanno scommettendo su tecnologie ad alto contenuto scientifico, con cicli di sviluppo lunghi e rischi elevati. Significa fiducia nel sistema della ricerca italiana. E questa fiducia non è casuale.

L’Italia vanta la seconda concentrazione più alta in Europa di imprese nate da spin-off accademici, superata solo dalla Svizzera.

Sono più di 1.760 le realtà attive che traducono brevetti e ricerca universitaria in soluzioni per il mercato, con una presenza particolarmente forte nei settori della robotica avanzata, del New Space e della transizione energetica.

È da questo serbatoio scientifico che nascono le eccellenze più interessanti, e anche più sottovalutate, del tech italiano.

Tre startup che dimostrano cosa sa fare davvero la ricerca italiana

I numeri descrivono il sistema. Le storie concrete ne rivelano la qualità reale.

Generative Bionics è nata all’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia, uno dei centri di ricerca più avanzati d’Europa.

A dicembre 2025 ha chiuso un round da 70 milioni di euro, tra i più significativi registrati in Europa nell’ambito della robotica umanoide.

La società sviluppa robot progettati per lavorare fianco a fianco con le persone in ambienti industriali, sanitari e commerciali, con un’attenzione particolare all’integrazione naturale uomo-macchina.

Sinergy Flow nasce invece come progetto di ricerca al Politecnico di Milano e oggi sviluppa sistemi di accumulo energetico a lungo termine basati su una tecnologia a flusso che non richiede l’utilizzo di metalli rari.

A febbraio 2026 ha chiuso un round da 7 milioni di euro per accelerare l’industrializzazione del prodotto.

AdapTronics, spin-off dell’Università di Bologna, ha sviluppato una soluzione di presa robotica basata su un principio elettro-adesivo proprietario, con applicazioni che vanno dall’industria all’aerospazio.

A novembre 2025 ha raccolto 3,15 milioni di euro con 360 Capital come lead investor.

Tre traiettorie diverse, una radice comune: la ricerca pubblica italiana che diventa prodotto, mercato, competitività internazionale.

Milano punta a diventare la capitale europea del deep tech: la grande alleanza tra Bocconi e Politecnico

Non si tratta solo di singole realtà virtuose. Sta prendendo forma anche un’infrastruttura sistemica.

A gennaio 2026, Politecnico di Milano e Università Bocconi ha annunciato la fusione dei loro rispettivi acceleratori, e cioè PoliHub e Bocconi for Innovation,all’interno della Tech Europe Foundation.

L’obiettivo dichiarato è posizionare Milano tra i principali poli europei per l’innovazione deep tech.

L’operazione porta in dote quasi 2.000 candidature annue di team innovativi e un portafoglio attivo di oltre 70 imprese.

Non è una fusione burocratica: è la costruzione di una piattaforma che collega scienza, imprenditoria e capitali in modo organico.

Il modello è ambizioso ma concreto.

Unire la massa critica della ricerca con la visione strategica del business significa creare le condizioni per cui le eccellenze italiane non restino confinate ai laboratori — ma escano, crescano e competano sui mercati globali.

Quando l’AI entra nel corpo del robot: la nuova frontiera della manifattura italiana

C’è una convergenza tecnologica in corso che ridefinisce l’intera industria robotica.

Non si parla più di intelligenza artificiale come strato software sovrapposto alla macchina.

Si parla di AI incarnata nel sistema fisico: nei sensori, negli attuatori, nella struttura meccanica stessa del robot.

Questo cambiamento è stato al centro della fiera A&T, Automation & Testing 2026, di Torino, dove aziende e centri di ricerca italiani hanno mostrato soluzioni in cui il confine tra hardware e algoritmo tende a dissolversi.

Torino gioca in questo scenario un ruolo di primo piano, potendo contare su decenni di competenze maturate nelle filiere automotive e aerospaziale, patrimonio che oggi si irradia verso tutti i settori del manifatturiero avanzato.

Un esempio concreto: un produttore italiano ha presentato a inizio 2026 un robot con architettura “body as compute”, in cui il sistema di elaborazione è distribuito nel corpo stesso della macchina.

Il risultato è una risposta più rapida agli stimoli ambientali, una pelle sensoriale capace di rilevare contatti e pressioni, e una capacità adattiva che riduce drasticamente la necessità di riprogrammazione.

È la robotica che smette di essere uno strumento e diventa un sistema che percepisce, ragiona e si adatta.

Il nodo ancora aperto: creare è facile, scalare è il vero banco di prova

Sarebbe però parziale fermarsi ai successi senza nominare il vincolo strutturale che ancora frena il sistema.

Il punto debole dell’ecosistema italiano nel deep tech non è la qualità dell’innovazione.

È la difficoltà di accompagnare le imprese oltre la fase iniziale, verso la crescita industriale e la competizione internazionale.

Gli Osservatori del Politecnico di Milano lo definiscono “gap del Late-Stage”: un momento critico in cui molte realtà ad alto potenziale si fermano per mancanza di capitali pazienti e di strutture di supporto adeguate.

Si è bravi a partire. Si fa ancora fatica ad arrivare.

Questo si riflette in modo diretto sul mercato del lavoro.

Tra il 2026 e il 2029, i settori delle eccellenze produttive italiane potrebbero generare oltre 900.000 nuove posizioni lavorative, ma la carenza di profili qualificati è già oggi un freno reale.

Nella meccatronica e nella robotica, il 55,2% dei profili ricercati non viene trovato.

Non mancano le imprese. Mancano le competenze per supportarne la crescita.

Ed è qui che università, ITS Academy e sistema formativo hanno una responsabilità enorme da assumere nei prossimi anni.

Questa storia non riguarda solo il mondo industriale: riguarda il futuro del Paese

La robotica e il deep tech non sono temi riservati agli specialisti di settore.

Sono la risposta concreta alla sfida più importante che l’Italia ha davanti: restare competitiva in un’economia globale che si gioca sempre più sul terreno delle tecnologie avanzate, dei dati e dell’automazione intelligente.

Sono il modo in cui il Paese può trasformare la sua straordinaria tradizione manifatturiera da patrimonio del passato a leva per il futuro.

Come ha dichiarato Enrico Pisino, CEO di CIM 4.0, il Competence Center con sede a Torino:

“Si sta sviluppando un ecosistema nazionale per l’industria e la manifattura intelligente, in cui robotica avanzata, intelligenza artificiale e produzione digitale convergono in modo integrato.”

Non si tratta di eccellenze isolate. Si tratta di un sistema che sta prendendo forma.

Un sistema che ha bisogno di essere raccontato, riconosciuto e sostenuto.

Il Tech Made in Italy nella robotica e nel deep tech innova dove pochissimi guardano.

Ed è esattamente per questo che vale la pena guardare proprio lì.

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