Z_One, 35 milioni per le startup italiane: il Venture Capital prova a colmare il vuoto dei primi investimenti
L’Italia ha bisogno di nuove startup tecnologiche. Ma soprattutto ha bisogno di creare le condizioni affinché le idee più promettenti possano trasformarsi in imprese capaci di crescere, generare occupazione e competere sui mercati internazionali.
È una delle sfide più importanti per il nostro ecosistema, che negli ultimi anni ha dimostrato una crescente capacità di sviluppare innovazione, ma continua a confrontarsi con le difficoltà di accesso al capitale, soprattutto nelle prime fasi di vita delle aziende.
In questo scenario si inserisce Z_One Fund, il fondo di Venture Capital gestito da Eureka! Venture SGR, che ha raggiunto un primo closing superiore a 35 milioni di euro, con un obiettivo di raccolta indicato ora in 60 milioni.
L’operazione segna l’avvio della fase di investimento di un progetto annunciato già nel luglio 2026 da Eureka! Venture e Zest, inizialmente con un target di 55 milioni.
Il fondo punta a sostenere fino a 100 startup nelle fasi pre-seed e seed, concentrandosi su due settori considerati strategici: le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale e l’UrbanTech.
Ma il valore dell’iniziativa non risiede soltanto nelle risorse raccolte. È il modello di investimento che merita attenzione, perché prova a intervenire in uno dei momenti più delicati nella costruzione di una nuova impresa tecnologica.
Il problema dei primi capitali per le startup italiane
Esiste una fase nella vita di molte startup in cui il progetto è già sufficientemente sviluppato da richiedere investimenti importanti, ma non ancora abbastanza maturo da attirare i grandi fondi di Venture Capital.
Il team è stato costituito, la tecnologia è in fase di sviluppo e il mercato comincia a essere esplorato. Mancano però ricavi consolidati, clienti sufficienti o indicatori di crescita capaci di ridurre il rischio percepito dagli investitori.
È proprio in questo passaggio che molte iniziative incontrano difficoltà.
Z_One nasce con l’obiettivo di diventare uno dei primi investitori istituzionali di queste imprese, attraverso ticket iniziali fino a 250.000 euro, affiancati da programmi di accelerazione e supporto allo sviluppo del business.
La strategia prevede inoltre la possibilità di effettuare investimenti successivi nelle startup che dimostreranno maggiore potenziale.
Non si tratta quindi soltanto di finanziare un’idea, ma di costruire un percorso nel quale capitale, competenze e relazioni industriali possano accompagnare l’impresa nelle sue prime fasi di crescita.
Un modello che coinvolge Luigi Capello, Giulio Montoli e Giulia Fazzini, figure alla guida dell’iniziativa, con l’esperienza di Eureka! Venture nella gestione degli investimenti e quella di Zest nell’accelerazione delle startup.
Intelligenza Artificiale e UrbanTech: due settori per costruire nuove imprese
La scelta dei settori nei quali investire racconta anche una visione precisa del futuro tecnologico.
Da una parte troviamo le AI Applications, ovvero soluzioni che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per sviluppare nuovi prodotti, migliorare processi aziendali e rispondere a esigenze concrete del mercato.
Dall’altra l’UrbanTech, un insieme di tecnologie destinate a trasformare il funzionamento delle città, delle infrastrutture e dei servizi urbani.
Parliamo di applicazioni che possono interessare l’efficienza energetica degli edifici, la mobilità, la gestione delle risorse idriche, i rifiuti e la qualità dei servizi pubblici.
È una scelta interessante perché collega l’innovazione digitale all’economia reale.
Il futuro dell’Intelligenza Artificiale non dipenderà soltanto da chi sviluppa i modelli più avanzati, ma anche dalle imprese capaci di trasformarli in applicazioni commerciali utili.
E proprio in questo ambito il Tech Made in Italy può esprimere competenze importanti, grazie alla conoscenza dei processi industriali, allo sviluppo software e alla capacità di integrare tecnologie differenti.
Il successo di questa strategia dipenderà naturalmente dalla qualità delle startup selezionate e dalla loro capacità di trasformare le soluzioni tecnologiche in prodotti richiesti dal mercato.
CDP Venture Capital e Zest: una filiera per accompagnare la crescita
Un elemento particolarmente significativo dell’operazione è il coinvolgimento di CDP Venture Capital, che partecipa al primo closing di Z_One come principale investitore istituzionale, attraverso il nuovo Fondo Acceleratori II.
Quest’ultimo rappresenta un’evoluzione del modello di sostegno alle startup sviluppato negli ultimi anni attraverso la Rete Nazionale Acceleratori.
Secondo i dati comunicati da CDP Venture Capital, la rete ha accompagnato oltre 570 startup, contribuendo alla creazione di circa 1.200 posti di lavoro e a un fatturato complessivo di 150 milioni di euro.
Il Fondo Acceleratori II introduce una possibilità importante: oltre a investire in fondi specializzati nelle fasi iniziali, potrà intervenire direttamente nelle startup più promettenti durante i successivi round di finanziamento, comprese le Serie A e B.
Questo passaggio affronta una delle criticità più rilevanti del mercato italiano.
Finanziare la nascita di una startup è fondamentale. Ma se il capitale si interrompe quando l’azienda deve crescere, il rischio è perdere parte del valore costruito.
Anche Zest svolge un ruolo strategico nell’iniziativa, mettendo a disposizione il proprio network, le competenze di accelerazione e l’esperienza nella selezione delle startup.
La collaborazione tra investitori istituzionali, gestori di fondi e operatori dell’accelerazione potrebbe contribuire a costruire un percorso più strutturato per le imprese tecnologiche emergenti.
La vera sfida: trasformare le startup in aziende Tech Made in Italy
Il primo closing di Z_One rappresenta una notizia positiva per l’ecosistema italiano, ma è importante distinguere le risorse disponibili dai risultati che queste potranno generare.
I 35 milioni raccolti non sono investimenti già effettuati in startup, così come l’obiettivo di finanziare fino a 100 imprese rappresenta una strategia futura, non un risultato acquisito.
La vera misura del successo del fondo arriverà nei prossimi anni.
Quante startup riusciranno a sviluppare prodotti competitivi? Quante troveranno clienti e costruiranno modelli di business sostenibili? Quante saranno in grado di raccogliere nuovi capitali e raggiungere mercati internazionali?
Sono queste le domande che dovrebbero guidare la valutazione dell’iniziativa.
Perché un ecosistema tecnologico maturo non si misura soltanto attraverso il numero di nuove startup o l’ammontare dei finanziamenti raccolti.
Si misura soprattutto attraverso la capacità di trasformare innovazione e capitale in imprese solide, capaci di creare valore nel tempo.
Ed è proprio questa la prospettiva che dobbiamo continuare a valorizzare quando raccontiamo la crescita del Tech Made in Italy.