E se il futuro del Tech Made in Italy fosse la simbiosi tra Startup e Big Tech?

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E se il futuro del Tech Made in Italy nascesse dalla simbiosi tra Startup e Big Tech?

Negli ultimi anni abbiamo raccontato moltissime startup italiane. Le abbiamo viste nascere, raccogliere i primi capitali, trovare clienti, affrontare mercati internazionali e, in alcuni casi, trasformarsi in aziende che oggi cominciano ad avere dimensioni importanti.

Ed era necessario farlo.

Perché per troppo tempo in Italia abbiamo avuto un problema quasi culturale con la parola startup. Mancavano capitali, mancavano investitori disposti a rischiare, mancavano modelli da seguire e, soprattutto, mancava quella convinzione che fosse possibile partire dall’Italia e costruire un’azienda tecnologica capace di competere nel mondo.

Oggi non posso certo dire che quel problema sia risolto. Siamo ancora lontani dagli ecosistemi di Regno Unito, Francia o Germania. Ma quando guardo quello che sta succedendo nel nostro Tech, vedo qualcosa che dieci anni fa era molto più difficile trovare: una generazione di founders che ha deciso di provarci davvero.

E allora mi sono fatto una domanda. E se continuassimo a guardare soltanto una parte del problema?

Non dobbiamo scegliere tra startup e grandi aziende

La riflessione mi è venuta guardando i numeri del Venture Capital italiano.

Tra il 2015 e il 2025 sono stati investiti circa 9,6 miliardi di euro. Nel 2015 erano appena 98 milioni. Nel 2025 abbiamo raggiunto 204 round e nel primo semestre del 2026 sono stati investiti altri 813 milioni attraverso 145 operazioni.

Sono numeri che raccontano un ecosistema che, con tutte le sue difficoltà, è cresciuto.

Ma mentre continuiamo giustamente a chiederci come far nascere più startup, come finanziare i founders e come trattenere i nostri talenti, credo dovremmo iniziare a porci contemporaneamente un’altra domanda: che ruolo devono avere le grandi aziende tecnologiche italiane in tutto questo?

Perché storicamente abbiamo poche Big Tech. E forse il problema non è semplicemente averne poche. Il problema è che startup e grandi aziende vengono ancora troppo spesso considerate come due mondi differenti.

Da una parte l’innovazione, dall’altra l’industria. Da una parte i founders, dall’altra i manager. Da una parte il Venture Capital, dall’altra le grandi imprese. Ma un ecosistema tecnologico non dovrebbe funzionare così.

Una startup ha quello che spesso manca a una grande azienda. E viceversa

Una startup può permettersi di fare qualcosa che per una grande organizzazione è molto più difficile: concentrarsi su un problema, provare, sbagliare, cambiare direzione e ripartire velocemente.

È questa agilità che permette spesso alle startup di anticipare mercati e tecnologie.

Ma quando arriva il momento di crescere, tutto diventa più complicato.

Servono capitali maggiori, clienti importanti, strutture commerciali internazionali, management, reputazione e accesso a mercati che una piccola azienda può impiegare anni a conquistare.

Ed è esattamente qui che una grande azienda può diventare determinante.

Perché possiede clienti, capitale, infrastrutture, competenze, distribuzione e presenza internazionale. Tutto ciò che può permettere a una tecnologia promettente di passare rapidamente dalla sperimentazione al mercato.

E allora la questione cambia completamente.

Non si tratta più di capire se il futuro appartenga alle startup oppure alle grandi aziende. Si tratta di capire cosa potrebbe succedere se riuscissimo finalmente a farle lavorare davvero insieme.

Immagino un ecosistema nel quale il successo genera altro successo

Quello che mi piacerebbe vedere nel Tech Made in Italy è un meccanismo molto semplice.

Una startup italiana sviluppa una tecnologia interessante. Una grande azienda italiana decide di provarla invece di rivolgersi automaticamente a un grande fornitore internazionale. Quella startup trova così un primo cliente importante, cresce, assume persone e può presentarsi sui mercati internazionali con una referenza industriale forte.

Magari quella grande azienda decide successivamente di investirci. Oppure di acquisirla. I founders realizzano un’exit e una parte di quel capitale ritorna nell’ecosistema. Qualcuno diventa Business Angel. Qualcun altro crea una nuova startup. Alcuni manager decidono di diventare imprenditori. I dipendenti accumulano esperienza e la trasferiscono alla generazione successiva.

Nel frattempo la grande azienda continua a innovare più velocemente grazie alle startup con cui collabora.

Questo è un ecosistema.

Non una collezione di aziende che condividono lo stesso Paese, ma un sistema nel quale ciò che accade a una parte produce valore anche per le altre.

Forse è proprio questo il passaggio che ancora ci manca

Quando analizziamo il Tech italiano utilizziamo continuamente numeri.

Contiamo le startup, i round, i milioni raccolti, gli unicorni, le exit.

Sono numeri importanti e continueremo a raccontarli.

Ma forse dovremmo iniziare a misurare anche qualcos’altro: quanto valore circola realmente all’interno del nostro ecosistema?

Quante grandi aziende italiane diventano clienti delle nostre startup? Quante investono direttamente in tecnologia italiana? Quante utilizzano l’Open Innovation non come esercizio di comunicazione, ma come parte della propria strategia industriale? Quante acquisiscono startup italiane permettendo ai loro founders di reinvestire nell’ecosistema? E quanti imprenditori che hanno avuto successo stanno aiutando la generazione successiva?

Perché possiamo investire miliardi e creare migliaia di startup, ma se capitale, competenze e talenti escono continuamente dal sistema senza ritornarci, continueremo ogni volta a ripartire quasi da zero.

Non abbiamo bisogno di meno startup. Abbiamo bisogno che diventino parte di qualcosa di più grande

Ed è qui che correggo anche una riflessione che avevo fatto inizialmente.

Guardando la maggiore selettività del Venture Capital, avevo pensato: forse il futuro del Tech Made in Italy passa da meno startup e più grandi aziende tecnologiche.

Ma più ci penso, meno credo sia questa la risposta.

Non abbiamo bisogno di meno startup.

Abbiamo bisogno di continuare a farne nascere, probabilmente ancora più di oggi. Abbiamo bisogno di founders, sperimentazione, rischio e idee nuove.

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di far crescere grandi aziende tecnologiche italiane.

Ma soprattutto abbiamo bisogno che questi due mondi smettano di procedere parallelamente.

Perché una Big Tech italiana dovrebbe avere interesse a far crescere decine di startup intorno a sé. E una startup dovrebbe poter vedere nelle grandi aziende italiane non soltanto potenziali clienti, ma partner capaci di accompagnarla verso mercati molto più grandi.

E se fosse questa la nostra strada?

Forse l’Italia non costruirà il proprio ecosistema tecnologico copiando Silicon Valley, Londra o Parigi.

E forse non dovrebbe nemmeno provarci.

Abbiamo una struttura industriale diversa, una storia diversa e competenze diverse.

Ma abbiamo qualcosa che potrebbe diventare estremamente potente: un tessuto di imprese, competenze industriali e tecnologiche al quale oggi si sta aggiungendo una nuova generazione di founders.

La sfida è riuscire a collegare questi mondi.

Startup che innovano. Scaleup che crescono. Grandi aziende che aprono mercati, investono e acquisiscono. Founders che reinvestono. Talenti che rimangono e ne generano altri.

Fino a creare un circuito che non abbia continuamente bisogno di essere alimentato dall’esterno.

Perché forse il giorno in cui potremo dire di avere costruito davvero un ecosistema Tech Made in Italy non sarà quello in cui avremo raggiunto un determinato numero di startup o avremo raccolto qualche miliardo in più.

Sarà quello in cui il successo di una Tech italiana contribuirà naturalmente a creare il successo della successiva.

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